L’allargamento UE ai Balcani – Le (pericolose) contraddizioni dell’Unione europea

Per la sesta volta dalla nascita nel 2022 della Comunità politica europea, i capi di Stato e di governo dell’Unione europea si riuniranno questo venerdì con i leader del grande vicinato. Su Tirana, capitale dell’Albania, convergeranno una quarantina di dirigenti politici.

Sarà l’occasione per discutere di molti temi: dalla guerra in Ucraina al futuro dell’allargamento.

I paesi candidati sono la Bosnia-Erzegovina, la Serbia, l’Albania, la Macedonia del Nord, il Montenegro, la Moldavia, l’Ucraina, la Georgia e la Turchia.

Concretamente, i paesi più vicini ad entrare nell’Unione europea sono quelli dei Balcani Occidentali, e in particolare l’Albania e il Montenegro. In questi anni hanno fatto molti sforzi per assorbire l’acquis communautaire. Tirana e Podgorica sperano di entrare tra il 2028 e il 2030.

Al tempo stesso il processo di allargamento dell’Unione sta accumulando difficoltà, se non contro-indicazioni. Mi spiego meglio. Nel viaggiare in questi mesi nei paesi della regione mi è parso di individuare almeno tre questioni aperte.

La prima riguarda l’assetto dell’Unione europea. I Ventisette hanno aperto la porta all’adesione di nuovi paesi, promettendo a sé stessi di riformare l’impianto istituzionale perché possa accogliere nuovi paesi membri senza ingrippare la macchina decisionale europea.

Per ora, la questione non sta facendo passi avanti. In cuor loro i Ventisette sono combattuti tra la paura di riaprire i Trattati e il timore di mettere in pericolo i delicati equilibri esistenti. Sul tavolo c’è il passaggio nel Consiglio dal voto all’unanimità a quello alla maggioranza. Il rischio è che le modifiche non abbiano luogo o avvengano in fretta, mettendo in dubbio la governance stessa dell’Unione.

La seconda difficoltà è relativa ai paesi candidati. Al di là dell’Albania e del Montenegro, gli altri paesi trascinano i piedi.

Il presidente del Consiglio europeo António Costa in visita a Belgrado martedì 13 maggio – sullo sfondo il presidente serbo Aleksandar Vučić. (Foto: AP – Darko Vojinovic)

La Bosnia-Erzegovina soffre di un assetto confederale – nato a Dayton (Ohio) proprio 30 anni fa – che paralizza nei fatti il governo del paese. La Serbia è schiacciata tra i nuovi legami con Bruxelles e gli antichi legami con Mosca. La Macedonia del Nord non ha ancora introdotto nella sua costituzione un articolo dedicato alla protezione della minoranza bulgara, come invece promesso da tempo a Bruxelles.

Incredibilmente, la sensazione è che molti dirigenti della regione siano meno interessati ad aderire all’Unione di quanto gli stessi paesi membri siano desiderosi di accoglierli. La guerra in Ucraina, il nazionalismo imperante, e profonde divisioni nelle società locali non facilitano l’emergere di nuove forme di europeismo. Alcune prese di posizione recenti parlano da sé.

Ancora questa settimana il presidente serbo Aleksandar Vučić ha assicurato che farà “in modo di non mettere a rischio gli interessi strategici della Serbia”. Mentre il presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik moltiplica le provocazioni anti-europee, il premier macedone Hristijan Mickoski ha ammesso in febbraio che l’adesione alla UE è ormai per Skopje un “bersaglio mobile”.

Infine, la terza difficoltà ha a che vedere con l’atteggiamento della stessa Unione europea. C’è una contraddizione crescente nelle posizioni comunitarie. L’Europa chiede a questi paesi di fare propri “i valori e i principi dell’Unione”, ma al tempo stesso ha fatto dell’allargamento un progetto geostrategico, sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina.

L’obiettivo non è più di ampliare il mercato unico (come fu negli anni 70, 80 e 90) o di accogliere in Europa i paesi che per decenni furono confinati al di là della cortina di ferro (come nel 2004). L’obiettivo è ormai di stabilizzare il vicinato; contrastare Russia, Cina e Turchia; rafforzare l’Unione da un punto di vista geopolitico.

A tutta prima i due obiettivi appaiono compatibili. Ma a ben vedere se il primo è impregnato di Moralpolitik, e sottolinea la necessità della coesione tra i paesi membri, il secondo è segnato da Realpolitik, ed evidenzia il desiderio europeo di avere un ruolo internazionale sempre più marcato.

La Serbia riflette perfettamente le contraddizioni europee. Il paese è un pilastro dei Balcani Occidentali (6,6 milioni di abitanti, 77 mila chilometri quadrati).

Non passa giorno senza che Bruxelles le impartisca una lezione di democrazia per via degli elevati livelli di corruzione e per la sua lealtà nei confronti di Mosca. Al tempo stesso, nell’ottica geopolitica assunta dall’allargamento, Bruxelles non può che fare la corte a Belgrado.

Lo stesso commento della Commissione europea ai recenti risultati elettorali in Albania riflette le contraddizioni comunitarie. In un comunicato l’Alta Rappresentante Kaja Kallas e la commissaria Marta Kos hanno reso merito a Tirana di aver organizzato uno scrutinio “inclusivo” e “trasparente”. Al tempo stesso, con non poca incoerenza, ha parlato di “negligenze elettorali”.

Il dilemma in cui versano i Ventisette può essere risolto se l’Unione rivede il suo progetto geostrategico, o se questi paesi improvvisamente diventano europeisti. Nel frattempo, il rischio è di assistere a un processo di avvicinamento confuso, e possibilmente anche pericoloso per la tenuta stessa dell’Unione europea.