Le rinnovate richieste italiane di flessibilità di bilancio sono un evergreen della politica europea. A trent’anni dalla nascita del Patto di Stabilità, l’Italia continua ad avere immani difficoltà a rispettare le regole fissate nel Patto di Stabilità, nato in un vertice ad Amsterdam nel 1997.
A Cipro questa settimana la premier italiana Giorgia Meloni ha chiesto di scorporare dal calcolo del deficit pubblico il denaro pubblico varato per aiutare meglio affrontare lo shock energetico provocato dalla guerra in Medio Oriente.
Per il momento, l’iniziativa italiana non ha ottenuto ragione. I partner non credono per ora che la crisi economica sia sufficientemente grave, temono una nuova deriva dei conti pubblici come nel 2020 e poi nel 2022, ritengono che la ventennale stagnazione italiana sia un caso a sé.
Indubbiamente, la posizione italiana è debole, tanto più quando la premier Meloni, sempre a Cipro, se la prende con i costi elevati della ristrutturazione della sede del Consiglio europeo a Bruxelles.
“Non si può proporre la ristrutturazione del palazzo della sede del Consiglio europeo a 800 milioni di euro – ha detto la presidente del Consiglio -. È una cosa che l’Italia non è in grado di sostenere, che sarebbe un segnale sbagliato nei confronti dei cittadini”.

Mi chiedo cosa dovrebbero rispondere i partner europei (e molti cittadini italiani) alla luce dei costi mirabolanti dell’autostrada Napoli-Reggio Calabria (50 anni di lavori), o dei ripetuti salvataggi pubblici di Alitalia (per un totale di 13 miliardi di euro) o ancora del fatto che l’evasione fiscale e contributiva, secondo le ultime stime del ministero dell’Economia, ammonta a 100-102 miliardi di euro all’anno.
A proposito: vale la pena fare una precisazione. L’elevato debito italiano non è solo un problema italiano, come tendono a pensare a Roma. È anche una questione europea poiché il fardello è uno dei tanti fattori che contribuiscono al valore dell’euro e in ultima analisi anche alla stessa politica monetaria della Banca centrale europea.
Al di là di tutto, è pur vero che la politica economica dell’Unione europea vada rivista. Dall’inizio del decennio, la Commissione europea ha adottato numerose eccezioni al regime degli aiuti di Stato pur di affrontare prima la pandemia, poi l’invasione russa dell’Ucraina, poi ancora per facilitare la transizione ambientale.
Ora in ballo c’è una nuova revisione questa volta per consentire ai paesi membri di meglio affrontare la crisi energetica. La Commissione europea dovrebbe presentare un piano entro la fine del mese, dopo averne discusso con i governi.
Secondo Bruxelles l’importo totale degli aiuti di Stato concessi dagli Stati membri nel 2024 è stato pari a 168,2 miliardi di euro (esclusi i settori ferroviario e agricolo). L’aumento è stato dell’11%, rispetto al 2023.
Più interessante è la prospettiva storica. Secondo il centro-studi Think Tank Europa, dal 2000 al 2020 gli aiuti di Stato sono oscillati tra lo 0,7 e lo 0,9% del prodotto interno lordo. Nel 2020, per via della pandemia, sono saliti a quasi il 2,5% del PIL. Da allora, il dato è sceso, ma rimane ben sopra l’1% del PIL.
Alcuni paesi hanno fatto uso degli aiuti più di altri. In Polonia, il sostegno pubblico ha raggiunto il 5,1% del PIL, in Germania il 3,7% del PIL, in Francia il 2,3% del PIL, sempre nel 2020.
Può l’Europa permettersi di continuare a rispondere alle numerose crisi di questi anni a colpi di misure ad hoc, mentre gli equilibri mondiali stanno cambiando radicalmente, i focolai di crisi si moltiplicano, e le economie di Cina e India sono diventate terribili concorrenti?
Peraltro, molti osservatori hanno sottolineato l’impatto distorsivo degli aiuti di Stato. Chi ha denaro a disposizione potrà essere più generoso dei paesi più indebitati. A rischio è sempre la tenuta del mercato unico, tanto più se la flessibilità nell’uso degli aiuti di Stato è diventata nei fatti strutturale.

A Cipro i Ventisette hanno iniziato una lunga discussione sul futuro del bilancio europeo. Le circostanze riunite dal destino – dalla crisi economica alle guerre in Ucraina e Iran – dovrebbero indurre i paesi membri a imporsi un salto di qualità, centralizzando per quanto possibile la politica economica e aumentando quindi sensibilmente la taglia del bilancio comunitario.
Per ora la Germania tentenna all’idea di nuove operazioni di debito in comune, preoccupata di assumersi troppi oneri finanziari, ma anche fedele a una visione confederale dell’Unione europea, ad immagine e somiglianza del Sacro Romano Impero.
Si può immaginare, tuttavia, un cambio di atteggiamento.
Una ulteriore segmentazione del mercato unico non andrebbe a vantaggio della Repubblica Federale, tanto più da quando Berlino si è detta pronta a gettare le basi di un solo mercato finanziario, trasferendo la vigilanza dai paesi membri alle agenzie comunitarie – a Nicosia, Parlamento e Consiglio si sono detti d’accordo per trovare una intesa sulla proposta della Commissione entro fine anno.
Inoltre, anche la Germania si rende conto che di questi tempi turbolenti l’Unione europea non può rimanere l’unica zona monetaria nella quale gli aiuti di Stato sono proibiti, o quasi.
Infine, dal futuro bilancio europeo non dipende solo l’incisività della politica economica dell’Unione, ma anche il futuro dell’euro. L’avvento delle cripto-valute rischia di indebolire la centralità della moneta unica nel sistema finanziario e quindi penalizzare la stessa efficacia della politica monetaria della Banca centrale europea nella lotta all’inflazione.