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Brexit – Quando Emmanuel Macron fa campagna elettorale

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione sta scombussolando gli equilibri politici nell’Unione europea. Brexit non ha avuto ancora luogo, ma non vi è paese che non si stia posizionando per il futuro. L’Olanda perde un alleato di peso nel confronto tra liberali e interventisti in campo economico, e vuole prendere il posto del Regno Unito nella difesa del libero mercato. La Germania perde un importantissimo mercato di sbocco per le sue esportazioni. La Polonia rimane forse l’unico paese, insieme ai Baltici, che voglia o possa ambire ad avere una speciale relazione con gli Stati Uniti.

f9ca6f616b750a7fc3986983379c3d2b9acef729La Francia è certamente il paese che in un modo o nell’altro è più colpito da Brexit. In primo luogo da un punto di vista logistico. Sulla Manica, Calais è il principale porto d’Europa continentale per i traffici commerciali da e verso il Regno Unito. Le dogane francesi stanno costruendo enormi parcheggi nella città del Nord della Francia per accogliere camion e autobus ed effettuare controlli doganali ormai aboliti da decenni. Il governo sta assumendo 900 nuovi doganieri.

Da un punto di vista politico, la Francia vive il divorzio del Regno Unito dall’Europa con una buona dose di Schadenfreude. Dal 1904, ossia da quando Londra e Parigi hanno firmato l’entente cordiale, il rapporto tra due storici nemici è pacifico, ma non mancano rissentimento e competizione, a dispetto dei molti legami o forse proprio per questi. Gli inglesi definiscono i francesi dei frog-eaters, mentre i francesi chiamano gli inglesi dei rosbifs. Dopo Brexit, la Francia rimarrà l’unica potenza con l’arma nucleare nell’Unione europea e l’unica a sedere nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In questi decenni se non secoli, Francia e Regno Unito hanno difeso con le unghie e con i denti il loro rispettivo modello scolastico, linguistico, politico.

Emmanuel Macron è stato in queste settimane ambivalente. Pronto a concedere a Londra un rinvio lungo di Brexit, ma solo a certe drastiche condizioni, tanto da sembrare quello più disponibile a un hard Brexit. Dopo aver detto più volte che in assenza di una approvazione dell’accordo di divorzio, negoziato negli ultimi due anni, la conseguenza sarebbe una uscita senza intesa, il presidente francese è stato criticato dalla stampa britannica. Il Daily Telegraph ha fatto un parallelo con il generale Charles de Gaulle che nel 1963 e nel 1967 rifiutò l’adesione del Regno Unito all’Unione europea: “Sta cercando di spingerci il più rapidamente possibile verso l’uscita”.

I motivi non mancherebbero. Come detto un sentimento di Schadenfreude, di felicità per le difficoltà altrui, non manca. Al tempo stesso, se il presidente Macron è sembrato ambivalente ad alcuni è perché la situazione è anche influenzata più concretamente dalle prossime elezioni europee.  L’uomo politico guarda alle due opzioni oggi sul tavolo – rinvio lungo e hard brexit – nell’ottica del voto del 23-26 maggio. Nei due casi, vuole poter  fare campagna elettorale a favore dell’Europa e del suo rinascimento europeo. Nel caso di rinvio lungo, spiegherà che lasciare l’Unione è difficile, tanto che il Regno Unito è costretto ad allungare i tempi. Nel caso di hard Brexit, sosterrà che lasciare l’Unione provoca tali e tanti disagi dall’essere nei fatti sconsigliabile.

Quale delle due ipotesi è quella più premiante per il presidente francese in una ottica elettorale? Evidentemente, non lo sa neppure lui, probabilmente. Certamente, il tono duro piace all’elettorato francese che altrimenti tenderebbe verso il nazionalismo di Marine Le Pen. A meno di una approvazione all’ultimo secondo dell’accordo di divorzio, la premier britannica dovrebbe chiedere a Bruxelles nei prossimi dieci giorni un prolungamento dei tempi. Sarà interessante capire quale posizione avrà Parigi.

(Nella foto del servizio stampa dell’Eliseo, il presidente francese Emmanuel Macron, 41 anni, con il presidente cinese Xi Jinping, 65 anni)

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  • carl |

    Se non ci fossero possibili (ma non inevitabili, nè gravi e pure serie) ripercussioni, conseguenze, ecc quel prolungato processo economico-politico-geopolitico giornalisticamente denominato “brexit”, potrebbe anche aver l’aria di corrispondere ad una strascicata commedia tra partners conviventi in via di separarsi… Insomma tra ex partners… In ogni caso il cosiddetto RU, o diciamo piuttosto coloro che lo governano/gestiscono/controllano, non sono degli “sprovveduti, dei “parvenus” et similia… Sono sempre stati dei calcolatori incalliti (ma a sto mondo chi non lo è…? O diciamo chi può permettersi di esserlo più di altri e/o dando per scontate minori conseguenze…?). In ogni caso nel mio piccolo vorrei attirare l’attenzione sulle “clearing houses” di svariati prodotti finanziari “sofisticati” (prima trattati OTC…) , ivi compresi i cosiddetti “derivati”… “Clearing houses” (o che dovrebbero esserlo sempre e comunque..) hanno raggiunto dimensioni superiori più di 4 volte al volume del PIL mondiale espresso in talleri statunitensi e che oltretrutto sono per lo più “locate” in paesi extra-UE, tra i quali il RU. Nella negoziazione in corso si è esaminata anche questo aspetto o fenomeno?

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