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Rinvio di Brexit – Riecheggiano le parole di Churchill: “We are with them, but not of them”

I corsi e i ricorsi della storia possono offrire sorprendenti curiosità. Ieri la Gran Bretagna è stata costretta con grande imbarazzo a chiedere nuovamente ai propri partner di rimandare la sua uscita dalla costruzione comunitaria, oggetto negli anni da Londra di tanti insulti e tante prese in giro (per la cronaca, la nuova data di Brexit è stata fissata al 31 ottobre del 2019). Uscire dall’Unione appare difficile, quanto difficile fu entrarvi.

Furono necessari oltre dieci anni perché la Gran Bretagna riuscisse ad aderire all’allora Comunità economica europea. Nel 1961, il premier conservatore Harold Macmillan presentò domanda di adesione, ma dovette incassare il veto gollista nel 1963. Quattro anni dopo i laburisti tornati al potere rilanciano il negoziato con Harold Wilson, ma ancora senza successo per via dell’opposizione francese.

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Alla morte di Charles de Gaulle, nel 1970, la partita si riapre. Al potere è il conservatore Edward Heath che riesce a negoziare con successo l’adesione, là dove avevano già fallito due governi britannici. Il testo è approvato a Westminster il 21 ottobre del 1971, con l’aiuto di 69 deputati laburisti. Edward Heath festeggia da solo suonando l’amato Bach su un pianoforte del numero 10 di Downing Street.

La firma del trattato avvenne al Palais d’Egmont, nel centro di Bruxelles, il 22 gennaio del 1972. Secondo l’allora resoconto radiofonico del giornalista belga Jean-Charle De Keyser sulle onde di RTL (riascoltabile qui) la cerimonia iniziò con una ora di ritardo. Contraria all’adesione britannica, una donna svedese, munita di un falso accredito per la stampa, aveva gettato una bottiglietta di inchiostro in faccia al primo ministro inglese, costringendolo a tornare in albergo per cambiare abito.

Tornati al potere nel 1974, i laburisti decisero di indire un referendum sull’avvenuta adesione, che darà comunque esito positivo. Da allora il rapporto della Gran Bretagna è cronaca. Sappiamo come Londra abbia ottenuto sconti sul bilancio comunitario, frenato l’Europa della difesa, strappato esenzioni al partecipare a nuove forme di integrazione (opt-outs). Il referendum del 23 giugno 2016 ha sancito il desiderio del paese di uscire dall’Unione. Non deve sorprendere tanto l’esito del voto, quanto la percentuale di remainers, assai più elevata di quanto molti nel Regno Unito si aspettassero (48,1% dei voti).

Il tradizionale atteggiamento sospettoso dell’establishment inglese nei confronti del progetto europeo attraversa le classi sociali, le generazioni britanniche e i partiti politici. Harold Macmillan, che fu primo ministro tra il 1957 e il 1963, definì la vocazione sovrannazionale una peculiarità di “ebrei, pianificatori e spiriti cosmopoliti”. I fattori in gioco sono geografici, religiosi, politici. Negli ultimi dieci secoli, la Gran Bretagna ha sempre rifiutato alleanze permanenti sul continente. Come Venezia, è stata negli anni una potenza marittima, protetta dalla proprio insularità, e arricchita dal commercio.

Nel Regno Unito, la costruzione europea è vista inevitabilmente come una iniziativa di matrice cattolica, inaccettabile per il protestantesimo inglese. Lo scisma deciso da Enrico VIII fece dell’anglicanesimo una religione di stato. L’Act of Supremacy del 1543 esclude la giurisdizione della Chiesa accanto a quella dello Stato, mentre la deposizione degli Stuarts e la rivoluzione del 1688 sanciscono la fine del cattolicesimo nelle isole britanniche. Addirittura, fino al 1829, i cattolici furono esclusi dal Parlamento e dagli uffici pubblici.

Infine, politicamente, il Regno Unito rimane orfano di un impero che dopo le guerre napoleoniche abbracciava un quinto dell’umanità e che per molti sudditi è ancora presente, e quindi in fondo incompatibile con la costruzione comunitaria. Diceva dei vicini europei Winston Churchill: “We are with them, but not of them”. Siamo con loro, ma non uno di loro. Ancora oggi, le parole spiegano il rapporto ambiguo della Gran Bretagna con il continente e le tante difficoltà del paese prima ad aderire all’Unione, e oggi a lasciarla.

(Nella foto, il momento in cui una donna svedese getta al viso del premier Edward Heath il contenuto di una bottiglietta d’inchiostro il 22 gennaio 1972 a Bruxelles)

NB: Dal fronte di Bruxelles (ex GermaniE) is also on Facebook

  • carl |

    Mi pento e scuso per il macroscopico errore di “un approccio” con l’apostrofo…Ahimé, come sono ridotto male…:o(

  • carl |

    Sarebbe forse interessante conoscere le motivazioni della donna svedese (preoccupata per l’EFTA??). Quanto al sovranazionalismo, visto da un Mac Millan come peculiarità e/o progettualità di “ebrei, pianificatori e menti cosmopolite”, e l’UE come progetto di matrice “cattolica”… Sono ottiche che mi lasciano assai scettico e pure perplesso.. In ogni caso nel mondo comtemporaneo al fine di poter riuscire nel “problem solving” dei tanti, difficili, intricati, pericolosi problemi ci vorrebbe un’approccio lungimirante e razionale da parte di tutti gli attori/decisori, fossero essi ebrei, pianificatori, cosmopoliti e di matrice “cattolica”…
    Infine la frase Churchillia mi ricorda quella (altrettanto poco costruttiva e attribuita al con sulente Kissinger)che: ” Gli USA non hanno amici, ma solo interessi…”.Infine l’impero perduto.. Oggigiorno non si parla forse della versione neo-imperialismo/neo-colonialismo..??

  • habsb |

    Resta da vedere se il Brexit sarà un caso isolato e irripetibile

    Perché non è detto che italiani e spagnoli continuino ad accettare di essere terra di conquista dei francesi, e gli slavi dei tedeschi.

    Vedremo già in maggio quale sarà la distribuzione delle forze politiche…

  • Giampiero Minelli |

    Non si sta in Paradiso a dispetto dei Santi. L’opinione di Churchill, diametralmente opposta e identica a quella di De Gaulle, non è certamente, oggi, quella della maggioranza dei britannici.
    La Regina, il Parlamento, il Governo della GB hanno commesso un errore storico imperdonabile, contro la democrazia, fingendo che il parere “consultivo” di 17,4 mln di britannici, sia “obbligatorio” per 67 mln di abitanti, a lasciare l’Europa.
    Scozia e Irlanda torneranno presto nella Casa comune Europea e Carlo regnerà sulla Piccola Bretagna di Inghilterra e Galles.

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