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I partiti europeisti e la risposta alla crisi – 27/02/13

Negli anni 80 in Francia, il comico Coluche fu (quasi) candidato alle presidenziali che sarebbero state vinte da François Mitterrand. Nei sondaggi tra la fine del 1980 e l'inizio del 1981 aveva il 15% delle intenzioni di voto, trainato dal sostegno di due intellettuali, il sociologo Pierre Bourdieu e il filosofo Gilles Deleuze. Il nervosismo dell'establishment era palpabile. Poi Coluche decise di non presentarsi. A 30 anni di distanza, un altro comico, questa volta l'italiano Beppe Grillo, sta mettendo in crisi la classe politica tradizionale, oggi forse più di allora.


Il populismo o il
nazionalismo si stanno rafforzando in vari paesi dell'Unione Europea. La
Francia può contare sul Fronte Nazionale di Marine Le Pen, il Belgio
sull'Alleanza neo-fiamminga di Bart De Wever, la Grecia sull'Alba Dorata
di Nikolaos Michaloliakos «Gli unici immuni sembrano finora essere la
Germania e la Svezia», notava ieri sera un responsabile europeo. La
tendenza sta provocando una frammentazione del quadro politico e un
netto aumento del numero di stati membri governati da grandi coalizioni
(oggi sono sei).
Il fenomeno è legato alla crisi economica, ma
l'establishment europeo commetterebbe un errore a imputare le colpe del
populismo solo alla classe politica locale. Alla base c'è un crescente
sfasamento tra politiche nazionali e problemi europei. Il divario,
evidente nella crisi debitoria della zona euro, scredita i partiti
tradizionali che appaiono ai più impotenti nel gestire questioni che
richiederebbero soluzioni continentali. Una stampa in crisi fa da cassa
di risonananza alle curiosità del momento, mentre la politica è ostaggio
dei commenti permanenti degli elettori su Internet e Twitter.
L'ultimo
Eurobarometro della Commissione Europea è rivelatore. L'85% delle
persone interpellate pensa che a causa della crisi i paesi dell'Unione
dovrebbero collaborare più strettamente. Il 61% è convinto che l'Europa
abbia gli strumenti «per difendere gli interessi europei nell'economia
mondiale». Il 53% crede che «l'Unione sarà più forte a lungo termine».
In Italia, il 23% della popolazione è convinto che l'Europa abbia gli
strumenti giusti per affrontare la crisi, solo il 14% ha fiducia nel
governo. In Europa, la percentuale nei due casi è del 21%.
Almeno due
lezioni sembrano emergere dai risultati del voto italiano, soprattutto
se associati ai dati dell'Eurobarometro. La prima è che (finora) i
partiti più europeisti sono rimasti al potere, nonostante tutto. Il
rischio però è doppio: che queste grandi coalizioni rafforzino le ali
estreme, e che di converso i movimenti populistici influenzino anche la
politica dei partiti tradizionali. La seconda lezione è che c'è
spazio, almeno secondo i sondaggi, per dare una risposta europea alla
crisi economica, tale da confortare anche le attese degli elettori.
B.R.

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