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L’emergenza accelera l’integrazione UE – 12/12/12

Il 10 dicembre 2010 cadeva di venerdì. Il cancelliere tedesco Angela Merkel aveva deciso di incontrare l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy a Friburgo, nella Foresta Nera, per l'immancabile vertice franco-tedesco di fine anno. Da sei mesi la Grecia in grave difficoltà finanziaria godeva del sostegno europeo. Ai più l'incontro tra i due leader doveva riaffermare l'impegno di principio a sostenere il governo Papandreu. Invece, a sorpresa, la signora Merkel parlò in quella circostanza per la prima volta di «una coerenza delle politiche economiche» nella zona euro.
Mai prima di allora il cancelliere tedesco si era espresso in questi termini, utilizzando una espressione simile a quella di governo economico amata dai francesi. Fin dai tempi del negoziato sul Patto di Stabilità e di Crescita negli anni 90 l'idea aveva provocato una contrapposizione tra una Francia tendenzialmente giacobina e una Germania tradizionalmente liberale. A Friburgo, la signora Merkel dette una nuova impronta al dibattito europeo. Da allora, la risposta dell'Unione allo sconquasso finanziario e alla crisi debitoria è diventata strutturale.
Nell'ammettere la necessità di un governo economico, la signora Merkel ha rivisto il principio su cui era stato basato il Trattato di Maastricht e che prevedeva la sola azione benefica dei mercati nel tenere sulle spine le politiche nazionali. Tra il 2011 e il 2012, i 17 hanno accettato come non mai di condividere le proprie scelte di politica economica; si sono dotati di un accordo sulla disciplina di bilancio; hanno inaugurato un nuovo fondo monetario europeo (Esm) per aiutare Paesi e banche in difficoltà; hanno deciso di creare una unione bancaria.
«Il bricolage istituzionale, e lo dico senza alcuna critica, ha fatto progressi importanti – spiega Anne-Marie Le Gloannec, professore a Sciences Po a Parigi –. Ma i miglioramenti sono di natura diversa. Mi chiedo se siano veramente sufficienti nel medio termine. Per quanto mi riguarda tre domande sono ancora senza risposte: abbiamo trovato un giusto equilibrio tra crescita e austerità? abbiamo evitato una rottura tra Nord e Sud in Europa? possiamo essere tranquilli sul futuro della Spagna, dell'Italia o della Francia?».
Nell'ultimo anno e mezzo, i Paesi della zona euro non si sono limitati a salvare gli Stati membri in difficoltà, offrendo prestiti generosi all'Irlanda, al Portogallo, oltre che alla Grecia. Magari con colpevole lentezza, ma con evidente gradualità, i 17 hanno messo mano a u'unione che la Banca centrale europea in un rapporto sui primi dieci anni della moneta unica aveva definito «incompleta». L'istituto monetario aveva messo l'accento sul contrasto tra una moneta unica e politiche nazionali troppo diverse le une dalle altre.
Proprio in questi giorni, i 27 vogliono finalizzare il trasferimento della vigilanza bancaria dagli Stati membri alla Bce. Alcuni aspetti sono stati risolti a livello tecnico e diplomatico. Nell'ultima bozza di compromesso trasmessa ieri ai governi, è stata confermata l'idea che solo le banche con attività per oltre 30 miliardi di euro verranno vigilate dalla Banca centrale europea. Tutte le altre dipenderanno in primis dalle autorità nazionali. Resta il nodo delle modalità di voto nell'Autorità bancaria europea sul quale la Gran Bretagna è pronta a dare battaglia.
Un'altra riforma riguarda il semestre europeo. Tra gennaio e luglio i governi mettono a punto le loro politiche economiche discutendo con i loro partner i suggerimenti provenienti della Commissione. Il fiscal compact, negoziato tra il 2011 e il 2012, riprende a grandi linee il Patto di Stabilità e di Crescita, imponendo ai Paesi di introdurre nella loro legislazione l'obbligo del pareggio di bilancio. Una riforma al Patto, chiamata six-pack ed entrata in vigore il 31 dicembre 2011, prevede sanzioni disciplinari anche per i Paesi che non riducono il debito abbastanza rapidamente.
«Il Consiglio e il Parlamento stanno ancora negoziando una ulteriore modifica del Patto, il cosiddetto two-pack. Per molti versi, se il pacchetto verrà approvato, darà alle istituzioni europee un quasi potere di veto sulle politiche nazionali dei Paesi membri», nota un alto responsabile europeo.
Nel contempo, i 17 hanno deciso di mettere mano all'assetto istituzionale della zona euro. In giugno hanno dato mandato al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy di riflettere su qualche forma di mutualizzazione dei debiti sovrani.
L'idea è controversa, ma è forse l'unica strada percorribile per rafforzare a lungo termine le fondamenta dell'unione monetaria. Gli ostacoli in questa direzione sono politici, economici ma anche culturali. Le contrapposizioni non riguardano solo il debito o l'economia, ma anche il futuro dell'integrazione europea, temi impopolari come la cessione di sovranità o il federalismo. L'economista Jacques Rueff (1896-1978) diceva che «l'Europa si farà tramite la moneta o non si farà». La crisi forse dimostra che anche la cultura oltre alla moneta sarà decisiva.

B.R.