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Nei paesi dell’austerity il debito sale sempre – 15/10/12

Da almeno due anni, i governi europei stanno lavorando alacremente per rimettere ordine nei propri conti pubblici. Superati l’emergenza provocata dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008, e salvataggi miliardari di numerose banche, l’establishment politico sta tentando di ridurre l’indebitamento. I risultati sono (per ora) paradossali. Malgrado tagli alla spesa e aumenti delle tasse, il debito in molti paesi è aumentato drammaticamente.


Alcune
cifre sono particolarmente significative. Dal 2007 ad oggi, il debito pubblico
in alcuni dei paesi più fragili della zona euro ha subito un forte aumento: del
368% in Irlanda, del 123% in Spagna, del 74% in Portogallo, del 58% in Grecia
(cifre più precise sono pubblicate in una tabella in questa stessa pagina). In
molti paesi l’indebitamento ha ormai superato di slancio il 100% del prodotto
interno lordo. L’andamento dei debiti pubblici sta mettendo a dura prova la
strategia europea.

Questa
settimana da Tokio il direttore generale del Fondo monetario internazionale
Christine Lagarde ha puntato il dito contro un eccesso di austerità. L’aumento
del debito è (anche) alla presenza di un circolo vizioso: in un contesto
economico debole, il risanamento dei conti pubblici pesa sulla ripresa a breve
termine, riducendo le entrate fiscali e aumentando di converso il disavanzo
pubblico. “Senza crescita l’economia globale è in pericolo”, ha detto la
signora Lagarde.

Appena
quattro mesi fa i paesi dell’Unione europea varavano un growth compact. Sulla falsariga del fiscal compact, questo insieme di misure nazionali ed europee
doveva essere lo strumento per rilanciare l’economia e stemperare le tensioni
sociali. Per ammissione di molti qui a Bruxelles, il pacchetto tarda ad avere
un impatto significativo sulla crescita, tale da spezzare il circolo vizioso tra
contrazione del bilancio e recessione dell’economia, di cui giovedì ha parlato
anche il premier Mario Monti.

Nel
vertice del 18-19 ottobre, i governi ribadiranno il loro impegno. Basterà? Ad
essere onesti, l’aumento del debito non è dovuto solo al circolo vizioso tra
austerità e recessione, ma anche a un incremento del servizio del debito e a
salvataggi bancari molto costosi. In un rapporto di un gruppo di lavoro guidato
dal governatore finlandese Erkki Liikanen, si stima che il sostegno pubblico al
sistema finanziario tra il 2007 e il 2010 è stato di 1.600 miliardi di euro,
pari al 13% del Pil dell’Unione.

La situazione
in Grecia è nota. Nonostante gli sforzi di questi ultimi anni, il debito è oggi
del 170% del Pil. Ma vi sono paesi dove la situazione è sorprendentemente
simile. Per esempio, il Portogallo. Secondo le stime del governo di inizio anno,
il debito portoghese doveva essere nel 2012 del 113,1% del Pil e nel 2013 del
115,7% del Pil. Qualche giorno fa, le previsioni sono state riviste rispettivamente
al 119,1% del Pil – pari a un aumento di 13 punti rispetto al 2011 – e al 124%
del Pil.

A
Bruxelles ci si interroga sulla bontà della strategia seguita finora. Non per
altro sia la Spagna che il Portogallo hanno ricevuto un anno in più per
raggiungere gli obiettivi di bilancio. La Grecia potrebbe presto beneficiare di
due anni in più. Il 7 novembre il commissario agli affari economici Olli Rehn pubblicherà
nuove stime di deficit e di crescita. Sarà interessante capire che giudizio
darà della scelta del governo Monti di ridurre (di poco) le tasse per i meno
abbienti pur di calmare le tensioni sociali.

Nel
frattempo, alla fine di questa settimana, i 27 torneranno sull’impegno di
rilanciare la crescita con il growth compact.
In un canovaccio delle conclusioni del vertice si legge che tutti gli impegni
presi in giugno devono essere “adottati pienamente e rapidamente”. Ammetteva nei
giorni scorsi un responsabile europeo: “Ci sono ritardi”. La stessa Banca
europea degli investimenti, per esempio, non ha ancora ufficializzato il
previsto aumento di capitale da 10 miliardi di euro.

Il growth compact prevede investimenti
pubblici, ma anche misure per rafforzare il mercato unico, promuovere la
realizzazione di reti digitali e di trasporto, sostenere la ricerca,
liberalizzare il tessuto normativo, sviluppare un sistema fiscale più equo, e
aiutare il commercio internazionale. La strategia è chiara; il suo successo
meno. Dietro alle drastiche cure di austerità si nasconde in fondo anche l’assetto
stesso di una unione che rimane una confederazione tra stati sovrani.

Fin
tanto che i mercati finanziari potranno mettere a confronto i paesi,
penalizzeranno gli stati membri ritenuti più fragili, e imporranno politiche
restrittive in un contesto nel quale non si può agire né sul tasso di cambio né
sul tasso d'interesse. Per ora il tentativo di risanare i debiti nazionali,
rilanciando la crescita a livello europeo, mostra la corda. Rimangono due
strade: la mutualizzazione dei debiti o l’aumento dell’inflazione. Seppur in
modo diverso, ambedue sono controverse.

B.R.