L’ONU boccia la Germania – Quali lezioni per l’Europa?

La Germania non è riuscita ad ottenere un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In un voto a scrutinio segreto, mercoledì 3 giugno a New York, la Repubblica Federale ha fallito nel suo intento di raccogliere la maggioranza dei due terzi necessaria per essere eletta per un biennio.

Al suo posto, per l’Europa siederanno nel Consiglio di Sicurezza l’Austria e il Portogallo.

Il dato fa riflettere perché coincide in Europa con posizioni tedesche discutibili su molti fronti.

Cominciamo dal voto a New York. Si deve presumere che dietro alla bocciatura ci sia soprattutto l’atteggiamento della Germania nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, troppo remissivo per troppi governi in giro per il mondo.

Commentava subito dopo il voto su X, la deputata socialdemocratica tedesca Isabel Cademartori: “La credibilità internazionale della Germania ha subito un duro colpo a causa di una politica estera basata sul lavoro sporco”.

Appena 10 anni fa la Germania era un modello di politica estera equilibrata, di accoglienza generosa dei migranti, di stabilità sociale e di crescita economica. Oggi, dinanzi alle scelte di Washington e di Gerusalemme, appare nel migliore dei casi ondivaga, se non addirittura complice.

Basta fare un confronto tra le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz e quelle del premier spagnolo Pedro Sánchez. Il primo tentenna; il secondo ha scelto il proprio campo, criticando sia la guerra americana contro l’Iran che il conflitto israeliano contro Gaza.

Il cancelliere democristiano Friedrich Merz, 70 anni, durante una seduta del Bundestag a Berlino (Foto tratta da Internet)

Quando il primo ministro spagnolo è stato criticato pesantemente, se non offeso, dal presidente Donald Trump nello Studio Ovale in marzo, Friedrich Merz è rimasto in silenzio. Neppure un accenno di solidarietà europea lo ha indotto a prendere le difese del suo partner spagnolo.

D’altro canto, qui a Bruxelles e in altre capitali la Germania sorprende sempre più. Non è piaciuto il tentativo di imporre al Belgio e ad altri l’uso degli attivi russi congelati al momento dell’invasione dell’Ucraina. Più recentemente, non è piaciuta la lettera improvvisa con la quale Friedrich Merz ha proposto di concedere all’Ucraina lo status di membro associato.

Non piace neppure l’atteggiamento combattivo se non ostacolante sul fronte del prossimo bilancio europeo 2028-2034, attualmente oggetto di negoziato tra i Ventisette, quando tutti sanno che il momento storico richiede un cambio di passo, certamente da discutere e da negoziare, ma comunque un cambio di passo.

Nello stesso modo, ci si interroga sul riarmo tedesco e il desiderio esplicito di dare alla Germania “il più forte esercito d’Europa”, come dice il governo federale. Molti governanti capiscono il timore tedesco, soprattutto dinanzi al disimpegno americano dal continente europeo, ma sono preoccupati dalla dichiarata ambizione, tanto più in campo militare.

Infine, dà fastidio anche l’uso massiccio di aiuti di Stato. Non che sia contrario alle regole comunitarie, ma rischiano di segmentare ancora di più il mercato unico, e penalizzare i partner più deboli. Aggiungerei che la battaglia per la semplificazione mi sembra in parte discutibile. Semplificare sì, ma sminuzzare, smontare l’acquis communautaire è pericoloso per la tenuta stessa del mercato unico.

Non è la prima volta nella storia recente che la Germania assume atteggiamenti a prima vista inflessibili, e unilaterali. Lo abbiamo visto durante la crisi finanziaria. In quel caso, però, le posizioni tedesche parevano più comprensibili perché provocate anche dalla malafede e dagli errori di alcuni paesi, la Grecia prima di tutto, ma anche dell’Italia o della Spagna, troppo indebitate.

Oggi i Ventisette sono tutti nella stessa barca. Devono affrontare la concorrenza industriale cinese, l’aggressività americana, israeliana e russa, la guerra in Ucraina, le minacce provenienti dalle grandi imprese digitali nonché dall’intelligenza artificiale. I motivi per serrare le file sono molti.

Eppure, il cancelliere Merz sembra rifuggire il compromesso, o meglio non sembra capire che è responsabilità della Germania coltivare il compromesso, soprattutto di questi tempi. Sappiamo che sulla scena nazionale è messo alle strette da Alternative für Deutschland, e sappiamo che è alla guida di una fragile coalizione, ma resta che molte sue scelte sono controverse.

Mai come oggi dalla caduta del Muro di Berlino spetta alla Germania mantenere la coesione dell’Unione europea. Per decenni il Paese ha goduto di rispetto, credibilità e persino di una crescente indulgenza nei confronti delle responsabilità storiche legate ai crimini della Seconda guerra mondiale. In un contesto teso e incerto, il cancelliere Merz sta mettendo a rischio un’eredità che non dovrebbe andare persa. In pericolo è la tenuta stessa dell’Unione.