Molti commentatori hanno criticato in questi giorni il governo Meloni per la reazione avuta dinanzi agli avvenimenti di Ceuta, l’enclave spagnola in territorio africano. Sono d’accordo con molte delle critiche. La chiusura delle frontiere Schengen nei confronti di chi giunge in Italia dalla Spagna è stata una brutta decisione, dettata probabilmente da biechi motivi di opportunismo politico.
Come non vedere nella scelta del governo Meloni il tentativo di anticipare sul suo terreno le tendenze anti-immigrazione di Roberto Vannacci, l’ex militare italiano che da destra sta facendo concorrenza alla maggioranza guidata dalla premier Giorgia Meloni?
Nel frattempo, è emerso che i 50mila marocchini arrivati all’improvvisa a Ceuta sono stati probabilmente strumentalizzati, non si sa se dal governo marocchino o addirittura da quello americano, per mettere in crisi l’Unione europea; che la stragrande maggioranza delle persone sono state rimandate in Marocco nel giro di 24-48 ore; che l’arrivo a Ceuta di una persona non significa l’entrata nell’area Schengen; e che quindi la chiusura delle frontiere interne europee da parte italiana è stato più che altro un atto demagogico.
La scelta italiana è criticabile anche perché la mancata solidarietà nei confronti della Spagna – nella vicenda sono morte oltre 60 persone – rischia di ritorcersi contro l’Italia. Cosa accadrà quando Roma avrà bisogno dell’aiuto di Madrid o di altri partner per affrontare nuovi sbarchi a Lampedusa? C’è di più. La pandemia del 2020 ci ha rivelato quanto la libera circolazione sia ormai un patrimonio di tutti in Europa. Metterla in dubbio rischia a lungo andare di essere impopolare.
Sappiamo che la recente decisione del governo Sánchez di regolarizzare 500mila clandestini è stata criticata dal governo Meloni, che l’ha considerata un pericoloso fattore di attrazione. È possibile che la decisione possa incitare altri migranti irregolari ad arrivare in Spagna, e quindi in Europa. È pur vero però che regolarizzare gli stranieri è un atto umanitario, oltre che un modo per meglio controllare l’ordine pubblico, lottare contro il lavoro nero, incitare al pagamento delle imposte e dei contributi previdenziali.

A questo proposito, una recente ricerca dell’osservatorio sulla cittadinanza GLOBALCIT dell’Istituto universitario europeo di Firenze mostra che l’Italia dispone di uno dei percorsi più restrittivi d’Europa per l’acquisizione della cittadinanza.
Spiega Maarten Vink, co-direttore di GLOBALCIT, sentito in audizione alla Camera dei Deputati a Roma il 21 luglio scorso: “L’Italia non concede alcuna cittadinanza per nascita, ad eccezione della tutela prevista per i minori che altrimenti risulterebbero apolidi. L’unica via prevista in base alla nascita in Italia richiede 18 anni di residenza legale ininterrotta, dalla nascita alla maggiore età, seguiti da una dichiarazione da presentare entro un anno”.
C’è di più. In discussione in Parlamento a Roma sono attualmente quattro modifiche alla legislazione vigente che renderebbero l’accesso alla nazionalità ancora più restrittivo.
In primo luogo, qualsiasi condanna per un reato contro la persona o il patrimonio, o per un reato di droga, impedirebbe definitivamente alle persone nate in Italia di acquisire la cittadinanza, che rappresenta la principale via di accesso basata sul diritto di nascita territoriale ai sensi della legge italiana.
Inoltre, nonostante abbiano ricevuto un’istruzione interamente in Italia, questo gruppo sarebbe comunque soggetto al requisito linguistico di livello B1. In terzo luogo, la legge sancisce il potere di revocare la cittadinanza già concessa in caso di reati gravi di diritto comune, oltre alle disposizioni esistenti in materia di terrorismo. Infine, il giuramento di cittadinanza dovrebbe essere pronunciato in italiano.
Ha spiegato Maarten Vink ai deputati: “La revoca della cittadinanza per reati comuni rimane un fenomeno raro in Europa, poiché costituisce una doppia punizione, inflitta solo ai cittadini naturalizzati, creando di fatto una cittadinanza di seconda classe. La Convenzione europea sulla nazionalità esclude i reati comuni dai motivi che giustificano la privazione della cittadinanza e chiede esplicitamente agli Stati di non operare discriminazioni tra cittadini per nascita e cittadini per acquisizione. Richiedere la padronanza della lingua italiana a persone nate e cresciute in Italia rimane indifendibile dal punto di vista pratico”.
In cuor loro, molti italiani sanno che il loro paese ha bisogno di immigrati, in un terribile contesto di invecchiamento della popolazione. Eppure, l’Italia, nel suo complesso, lascia intravedere una vena intollerante, che tra le altre cose si esplicita anche nei molti ostacoli posti all’ottenimento della cittadinanza italiana.
Questo atteggiamento di chiusura non è solo disdicevole, alla luce del ruolo sempre più essenziale di migliaia di immigrati nelle famiglie, nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche. Rischia anche di frenare il processo di integrazione degli stranieri e soprattutto di rendere l’Italia poco attraente mentre tutti i paesi europei si fanno concorrenza per attirare il meglio dell’immigrazione mondiale.