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Più critiche o complimenti alla presidenza tedesca dell’Unione? Un primo bilancio

Da oggi a presiedere l’Unione europea sarà il Portogallo, che prende il testimone dalla Germania. È tempo di bilanci quindi per una presidenza tedesca che negli ultimi sei mesi è stata chiamata a una cavalcata quasi epica, tra pandemia virale, recessione economica e negoziati politici sempre complicati. Prima di fare una analisi del lavoro tedesco nella seconda metà del 2020, occorre fare una premessa.

Da quando l’Unione europea è stata riformata dal Trattato di Lisbona, la presidenza di turno ha meno poteri di prima. A presiedere il Consiglio europeo è una figura permanente, attualmente l’ex premier belga Charles Michel. Le leve della presidenza di turno sono limitate e per molti aspetti il governo che la detiene è costretto a un ruolo soprattutto di notaio.

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Due poteri tuttavia rimangono alla presidenza di turno: gestisce l’agenda del Coreper, vale a dire l’organismo che raggruppa i rappresentanti diplomatici dei Ventisette; e nel contempo negozia con il Parlamento europeo su mandato dei paesi membri i progetti legislativi presentati dalla Commissione europea. Nei due casi, la presidenza di turno può giocare carte politiche e influenze diplomatiche.

Come detto, la Germania ha gestito la presidenza in un momento delicatissimo. Su Twitter, nei giorni scorsi, due giornalisti hanno dibattuto da lontano sull’operato tedesco. L’ex direttore del Financial Times, Lionel Barber, ha messo in fila “gli splendidi successi” della Germania: l’accordo di partenariato con il Regno Unito, l’intesa sugli investimenti con la Cina, il Fondo per la Ripresa da 750 miliardi di euro, il bilancio comunitario 2021-2027. “Una uscita di scena” della cancelliera Angela Merkel “a testa alta”.

Ha risposto a Lionel Barber il giornalista francese del Barron’s Group, Pierre Briançon. Quest’ultimo gli ha fatto notare che per quanto riguarda il Fondo per la Ripresa la Germania è stata messa nell’angolo dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia; che Berlino si è piegata al compromesso con Varsavia e Budapest sullo stato di diritto, e ha praticamente svenduto i pescatori europei pur di strappare una intesa con il Regno Unito; e che nell’accordo con la Cina “non vi è nulla di cui essere orgogliosi”.

Capisco il punto di vista di Pierre Briançon (potremmo aggiungere anche l’insuccesso nel dare all’Unione un nuovo diritto d’asilo), ma condivido l’analisi dell’ex direttore del FT. È vero che nella migliore tradizione della signora Merkel ha vinto un pragmatismo tedesco, che spesso flirta con l’opportunismo. Ciò detto, Berlino aveva scadenze da rispettare.

Senza l’accordo con la Gran Bretagna, il Regno Unito avrebbe lasciato in modo catastrofico il mercato unico e l’unione doganale, creando molte turbolenze in Europa, alcune delle quali realmente imprevedibili.

Senza l’accordo sul bilancio, e quindi sul vincolo tra fondi comunitari e rispetto dello stato di diritto, l’Unione avrebbe iniziato il 2021 con un esercizio provvisorio che in questo contesto economico e sociale sarebbe stato politicamente incomprensibile per una maggioranza di cittadini comunitari.

Senza l’accordo sul Fondo per la Ripresa, peraltro ancora oggetto di ratifiche nazionali, l’Unione avrebbe mancato un appuntamento con la Storia. Per la prima volta, i Ventisette hanno accettato di dare mandato a Bruxelles perché si indebiti a nome loro sui mercati per una somma ingente: 750 miliardi di euro. È vero che Parigi, Madrid e Roma hanno fatto opera di convincimento, ma è anche vero che la signora Merkel si è fatta convincere e soprattutto ha convinto la sua opinione pubblica.

Quanto all’accordo con la Cina, non vi era particolare premura nel siglarlo, anche se il negoziato durava da sette anni. Sostenere che con l’intesa la Germania voglia facilitare i suoi investimenti nel paese asiatico non è certo sbagliato (tanto più che alcuni diplomatici hanno parlato di fait accompli per il modo in cui il 28 dicembre Bruxelles e Berlino hanno presentato ai Ventisette l’inatteso accordo), ma è anche vero che la Cina è nei fatti un partner incontournable, come dicono i francesi. L’Occidente non può fare a meno di fare business con il paese asiatico.

L’intesa ha il merito di regolamentare gli investimenti tra i due blocchi, vincolare il governo cinese ad impegni internazionali sul fronte del lavoro forzato, e magari anche riaffermare il ruolo mondiale dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti.

Nei fatti le presidenze di turno dipendono dal peso politico e diplomatico del singolo paese. Quanto più il paese è importante tanto più il suo peso specifico sarà notevole. Non ha dalla sua solo un evidente potere di persuasione morale, ma anche una diplomazia esperta, preparata, influente. Dei 27 paesi membri, una manciata di essi può pensare di lasciare realmente il segno. L’Unione europea non poteva permettersi di sprecare la presidenza di turno tedesca.

(Nella foto Markus Schreiber/Reuters, la cancelliera Angela Merkel all’occasione degli auguri di fine anno, Berlino 30 dicembre 2020)

  • habsb |

    egr. dr. Romano

    concordo con quanto scritto, ad eccezione dell’accordo con la Cina Popolare
    Alla Germania interessava soprattutto difendere e incrementare i suoi 140 miliardi di esportazioni verso la dittatura asiatica.
    E l’ha fatto calando le braghe su tutta la linea: gli “impegni internazionali” sul lavoro forzato e i campi di concentramento nell’ Uighuristan occupato non contengono nulla di preciso o di verificabile
    Se è vero che l’ “Arbeit macht frei” non è stato inventato dai cinesi, si poteva credere ad una nuova Germania integrata al liberalismo europeo dei diritti umani. Non più dopo questo vergognoso trattato che antepone il fatturato di Volkswagen China alla difesa delle popolazioni oppresse dal nazismo cinese.

    Lei Scrive che l’occidente non puo’ fare a meno di fare business con la dittatura di Pechino. Ma è esattamente quello che pensava e diceva Chamberlain nel settembre del 1938 quando firmo’ l’infame accordo di Monaco.

    Nessuna nazione è indispensabile nell’economia mondiale.

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