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L’epoca bella oltre la crisi – 02/03/14

Non c'è paese del Nord Europa che non abbia vissuto nella seconda metà del XIX secolo la sua belle époque, e non ne sia tuttora impregnato. In Inghilterra, l'epoca vittoriana ha radicato nella società inglese la passione per il teatro e l'amore per i musei. In Francia, Parigi è sempre la Ville Lumière, la città del Barone Haussmann e la capitale della Tour Eiffel. In Germania, la rivoluzione industriale ha fatto di Siemens o di Bayer dei nomi familiari. In Belgio, infine, il paese è stato la culla di pittori, architetti, scultori, e ancora oggi Bruxelles è segnata dalle maisons de maître e dai palazzi art nouveau di fine Ottocento.



Anche il piccolo Belgio è stato un centro della belle époque. Lo è stato da un punto vista industriale e culturale, ma anche economico e sociale. In molti altri paesi europei, il centenario della Prima guerra mondiale è celebrato sui campi di battaglia della Somme, nelle trincee delle Dolomiti o nei musei di Saarbrücken. Prevalgono la retorica della memoria e l'opportunismo della politica, mentre storici e pubblicisti dibattono dei rischi di un nuovo conflitto in una Europa in crisi. In un libro pubblicato nel 2010 e intitolato 2014. How to Survive the Next Crisis, lo storico Nicholas Boyle si lanciava addirittura nella previsione di una nuova guerra quest'anno.
Il Belgio ha scelto una strada diversa. È stato appena inaugurato a Bruxelles un nuovo museo dedicato non alla guerra, ma al periodo precedente il conflitto, la belle époque appunto. Costato quasi nove milioni di euro, il nuovo museo si chiama Musée Fin-de-Siècle ed è ospitato a pochi passi dal Palazzo Reale nel Palais des Beaux Arts, lo stesso che accoglie la mostra permanente delle opere surrealiste di René Magritte. Il tentativo dei curatori è di offrire uno spaccato il più completo possibile di un periodo della storia europea segnato da una profonda trasformazione della realtà quotidiana.
Nel museo bruxellese, i quadri di Charles Hermans e di Fernand Khnopff tratteggiano la vita nelle case borghesi; i dipinti di Hippolyte Boulenger celebrano i grandi parchi di Bruxelles; le opere di Eugène Laermans raccontano le rivendicazioni della classe operaia. È il periodo del neo-impressionismo e del realismo sociale. Soprattutto il paese è il centro dell'art nouveau, nata anche per soddisfare le aspirazioni di una classe imprenditoriale sempre più agiata ed esigente. Victor Horta costruiva slanciati edifici in metallo, Louis Majorelle ideava il mobilio funzionale della buona società dell'epoca, Philippe Wolfers eseguiva decoratissimi vasi e altri lussuosi soprammobili.
A fine Ottocento il Belgio era agli occhi di Karl Marx «il paradiso del capitalismo occidentale». Il carbone della Vallonia e il caucciù del Congo permisero al paese di arrichirsi, diventando il secondo più ricco al mondo dopo l'Inghilterra. Nonostante il loro chauvinisme, ai francesi Bruxelles è sempre piaciuta. Charles Baudelaire era critico (notava «la tristezza di una città senza fiume»), ma la sua scelta di trasferirsi qui da Parigi per tentare la fortuna era indicativa del successo della capitale belga. Qui trovò rifugio Victor Hugo durante il regno di Napoleone III, e sempre qui nel 1873 Paul Verlaine sparò ad Arthur Rimbaud, ferendolo al polso.
Fu il lungo periodo di pace che seguì la sconfitta di Sedan nel 1870 a contribuire alla straordinaria modernizzazione dell'Europa. Chi nacque tra il 1880 e il 1890 toccò con mano i risultati di un incredibile connubio tra scienza e tecnologia. L'auto e il tram presero il sopravvento sulle diligenze. I dirigibili furono presto sostituiti dagli aerei. Le case furono dotate di acqua corrente, di termosifoni e di elettricità. Gaz à tous les étages, «gas a tutti i piani», è ancora scritto su molti edifici a Parigi. Nacquero il cinematografo, il fonografo e il telefono. Nel 1908, fu completata l'elettrificazione della prima linea ferroviaria italiana, in Valtellina.
L'esposizione bruxellese riflette bene i contrasti dell'epoca. Se oggi il confronto in questo paese è tra fiamminghi e valloni, allora era tra liberali e cattolici. In un dipinto raffigurante i primi soci della Société libre des Beaux Arts, Edmond Lambrichs celebra il desiderio della borghesia laica di difendere «la libertà dell'artista». Félicien Rops, invece, esprime violentemente il suo anticlericalismo dipingendo donne sui crocefissi. Nel 1887 nasce il giornale «Le Soir», che si vuole progressista e indipendente. Allora vendeva 60mila copie ed era distribuito casa per casa. Chi abitava al piano terra lo riceveva gratuitamente.
Come in altri paesi europei, le rivoluzioni urbanistiche comportarono a Bruxelles l'apertura di lunghi tunnel, ma anche la distruzione di molti edifici della belle époque. Oggi sopravvive la casa di Horta in Rue Américaine, ma sono state distrutte, per esempio, la Maison du Peuple di Saint-Gilles e l'Hotel Aubecq dell'Avenue Louise. Tuttora esistenti sono anche le Galeries Royales Saint Hubert risalenti al 1847, tra i primi passaggi commerciali al mondo (a Milano la Galleria Vittorio Emanuele II fu inaugurata nel 1878), il riflesso forse più visibile della nascita a metà Ottocento di una classe media sempre più benestante. Il Musée Fin-de-Siècle di Bruxelles è uno splendido sguardo sul passato, ma poiché la belle époque fu soprattutto un inno alla modernità la visita della nuova esposizione permanente è anche, per molti versi, un viaggio nel presente. Le invenzioni di allora, pur riviste, corrette e migliorate, continuano ancora oggi a permeare la nostra vita quotidiana. In questo senso, oltre che quello di affrontare in modo originale il centenario della Grande Guerra, il museo bruxellese ha anche il grande merito di apparire all'occhio del visitatore incredibilmente moderno e forse anche piacevolmente ottimista.

  • giovanni |

    Mi è saltato parte del commento..
    >>Petrostate<<. Rappresentava una delle poche eccezioni nello sfruttamento delle risorse petrolifere di Baku al dominio delle imprese anglo-americane.
    E' un peccato che in internet se ne rinvengano solo poche tracce: come la convocazione dell'assemblea dei soci pubblicata nella gazzetta.
    Il link fa invece riferimento alla gaffe del principe consorte d'Inghilterra che per il finerale di Baldovino indossò la fascia dell'ordine del Leopardo piuttosto che quella dell'ordine di Leopoldo.

  • giovanni |

    A tal riguardo vorrei citare tre fatti che emblematicamente delineano la vocazione internazionale del Belgio di quei tempi e le rilevantissime relazioni con l’Italia.
    1) La figura chiave di Ernest Solvay.
    2) La storica sede brussellese delle assicurazioni Generali.
    Proseguendo lungo la via del Beaux arts, sulla sinistra si intravede l’ingresso del palazzo storico con un’adorabile rappresentazione delle succursali dell’Assicurazione nei principali centri commerciali del Mediterraneo.
    3) La società mineraria italo-belga.
    Mi ci sono imbattuto pochi giorni fa leggendo il libro di Goldman >>Petrostate<<. Facendo un po' di ricerche, n'è venuto fuori che questa piccola società rappresentava il nostro avamposto nella ricca regione petrolifera di Baku quando a lottare per un posto al sole erano quasi esclusivamente imprese anglo-americane.
    Sfortunatamente di questa società rimangono in internet solo piccolissime tracce, come la pubblicazione in gazzetta ufficiale della convocazione dell'assemblea dei soci.
    Ps. Out of topic, allego un simpatico incidente diplomatico capitato al noto gaffeur il principe consorte d'inghilterra al funerale di Baldovino, il quale indossò la fascia dell'ordine del Leopardo piuttosto che quella di Leopoldo.
    http://3.bp.blogspot.com/-RqcwnIRBkR0/TngJgvCjmtI/AAAAAAAADfc/7jzHVxyL7ys/s1600/PrincePhilipBaudouinFuneral.jpg

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