A Berlino non c’è Schadenfreude – 16/05/13

BERLINO – Schadenfreude è una di quelle parole tedesche ormai mondiali. Eppure, mentre il resto dell’Europa è in crisi e il partner francese soffre la terza recessione in quattro anni, non c’è a Berlino, capitale di una Germania la cui economia resiste meglio di altre, il piacere provocato dalla sfortuna altrui. Anzi, c’è apprensione per la situazione in cui versa la Francia, il desiderio di offrire una solidarietà che vada oltre i prestiti ai paesi in difficoltà, il timore che i bassi tassi d’interesse non solo diventino un pretesto per ritardare necessarie misure economiche, ma peggio gettino i semi di una nuova crisi.

La
crisi francese, economica e politica, è fonte di preoccupazione a
Berlino. Da un lato perché provoca uno squilibrio nel rapporto tra i due
partner, ingrippando il motore franco-tedesco. Dall’altro perché mostra
la Germania più forte di quanto non voglia essere, rafforzando un
crescente sentimento anti-tedesco. Il paese rifugge dall’idea di
dominare l’Europa, anzi sembra temere la responsabilità della leadership
e vuole tornare a condividere la guida del continente con un altro
paese. E’ anche convinto che dalla crisi la zona euro possa uscire più
forte perseguendo la disciplina di bilancio, la cura di competitività,
le misure di solidarietà.
In
questo senso, il governo federale crede che offrire due anni in più a
Parigi perché riduca il deficit sotto al 3,0% del PIL sia possibile,
purché il tempo venga utilizzato per affrontare i ritardi dell’economia
francese (o anche spagnola). Non si tratta solo di liberalizzare i
servizi, riformare le pensioni, rivedere il diritto del lavoro. A
Berlino, si è convinti che la Francia (e forse anche l’Italia?) dovrebbe
tentare la strada tedesca del dialogo tra imprenditori e sindacalisti.
La speranza è che la Mitbestimmung, la cogestione, possa essere, per certi versi, un modello anche in altre culture economiche.
Mentre
in molti paesi la recessione è vista solo negativamente, in Germania è
un periodo che serve a rigenerare l’economia e anche la società. Di
questi tempi, il termine Anpassungsrezession,
la recessione da aggiustamento, ha un connotato economico e morale. La
crisi della congiuntura provoca una perdita di ricchezza, e anche un
aumento della povertà, ma impone agli individui e ai governi di rivedere
le priorità, diminuire gli sprechi, ridurre il debito. Il risanamento
dei bilanci deve quindi continuare perché l’abbondante liquidità
nasconde il pericolo di una nuova e pericolosa bolla.
Quanto alla solidarietà, si attribuisce alla Germania il ruolo del Hausmeister,
del bidello che maneggia il bastone e non offre alcuna carota. Ma il
paese non ha forse garantito 220 miliardi di euro in aiuti ai paesi più
deboli? Più di recente, il governo ha offerto sostegno privato e
pubblico nel finanziamento delle imprese spagnole, e inaugurato un sito
con il quale attirare in Germania i disoccupati del Sud Europa. Certo,
si possono imputare queste scelte al tentativo di approfittare della
debolezza dei vicini. Berlino ribatte che dietro alle critiche
anti-tedesche c’è anche la difesa di vecchi equilibri di potere e dei
loro illusori vantaggi. Quanto ha torto? B.R.