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La Germania delocalizza la ricerca – 07/10/10

FRANCOFORTE – Un piede vale l’altro, diranno in molti. Non per Adidas. La società tedesca ha aperto negli ultimi anni due centri di ricerca e sviluppo, a Shanghai e a Tokio, con l’obiettivo di adattare le proprie scarpe ai piedi di un cinese o di un giapponese: “I loro piedi hanno una forma diversa dalla nostra, più piccoli e più larghi”, rivela la portavoce Katja Schreiber. L’iniziativa del produttore di abbigliamento sportivo nasconde una nuova tendenza tra le imprese tedesche: la delocalizzazione della ricerca.



Nel 2009, Adidas ha prodotto 171 milioni di paia di scarpe e fatturato più di 10 miliardi di euro; un terzo delle vendite è avvenuto nei grandi paesi emergenti. “La nostra ambizione – precisa la signora Schreiber – è di avere calzature perfette per ogni tipo di sport e di piede. La scarpa da corsa adiZero, per esempio, ha una suola più larga e più piatta del normale in modo da essere calzata bene dai corridori asiatici”. Adidas, che conta due dozzine di ingegneri in Asia, non è l’unica società tedesca ad avere scelto di delocalizzare lo sviluppo di nuovi prodotti.
Sono sempre più numerose le aziende tedesche, piccole e grandi, che sui mercati emergenti aprono centri di ricerca. La tendenza riflette una fase nuova della globalizzazione e smentisce l’evoluzione di qualche anno fa quando le imprese delocalizzavano solamente la produzione e mantenevano in patria lo sviluppo dei prodotti. Hermann Simon, fondatore della società di consulenza Simon-Kucher & Partners, stima che in pochi anni il numero di aziende tedesche che all’estero hanno aperto centri di R&S è passato da 200 a circa 1.000.
“I motivi di questa nuova tendenza – spiega Simon – sono almeno due. Prima di tutti i mercati emergenti sono in fortissima crescita. Per molte aziende tedesche stanno prendendo il sopravvento rispetto ai tradizionali paesi occidentali. La presenza della ricerca e dello sviluppo sul luogo della produzione e della vendita è ormai una necessità. Il secondo motivo è che questi paesi acquistano tendenzialmente prodotti a basso prezzo, che richiedono uno sviluppo diverso da quello necessario sui mercati occidentali”.
Un esempio è l’auto Nano del gruppo indiano Tata, una piccola utilitaria venduta a circa 2.500 dollari. Nove aziende tedesche hanno partecipato alla sua nascita, con uffici e ricercatori in India. Tra le società che più hanno aperto in Asia o in America latina centri di R&S vi è certamente Bosch: cinque anni fa il gruppo di Stoccarda aveva un terzo dei propri ricercatori all’estero; oggi sono quasi la metà. Tra questi 4.400 programmatori informatici che lavorano per la società a Bangalore.
Le imprese esportatrici tedesche stanno approfittando della modernizzazione di Cina, India, Russia e Brasile, pronte a vendere a una classe media sempre più ricca e benestante frigoriferi, lavastoviglie, automobili, medicinali, televisori e naturalmente scarpe. Per Daimler i 15 principali mercati emergenti hanno pesato nei primi otto mesi dell’anno per il 40% delle vendite di camion. Mentre Adidas ha un suo Creation Center a Shanghai, Bayer sta investendo 100 milioni di euro in un centro di R&S a Pechino.
Secondo un’associazione di categoria, la Stifterverband für die deutsche Wissenschaft a Essen, gli investimenti in R&S delle aziende tedesche all’estero si concentrano in particolare nella meccanica, nell’informatica e nella chimica. Holger Ernst, professore alla Otto Besheim School of Management di Vallendar, vicino a Coblenza, intravede un altro motivo – oltre a quelli citati da Simon – per cui le aziende tedesche stanno delocalizzando anche la ricerca.
“Vogliono – spiega – approfittare in loco della preparazione tecnica di molti ingegneri, programmatori e scienziati. La delocalizzazione della R&S non è quindi una questione di costi, ma è il riflesso di una nuova strategia: assicurarsi sul grande mercato della conoscenza i migliori esperti nei mercati emergenti”. D’altro canto, solo in Cina ogni anno studiano ingegneria 400mila studenti. Per ora quindi lo spettro di una bolla dietro alla crescita cinese o indiana preoccupa relativamente l’establishment tedesco.
Ernst è convinto che questa nuova tendenza continuerà nei prossimi anni, con l’apertura di laboratori in Asia, ma anche in America Latina. Lo studioso non teme l’inaridimento del tessuto economico tedesco, con la delocalizzazione prima della produzione e dopo anche dello sviluppo. Nota invece come molto rimanga in Germania, soprattutto la ricerca più sofisticata, e mette l’accento sul fatto che una parte consistente della R&S nei mercati emergenti serve più che altro a personalizzare, adattare il prodotto, più che a inventarlo ex novo.
B.R.