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L’ultimo processo a un nazista – 01/12/09

MONACO – John Demjanjuk è entrato ieri pomeriggio nell'aula del tribunale di Monaco su una barella spinta da un poliziotto e due infermieri. Avviluppato in un lenzuolo blu da ambulanza e da una coperta bianca di lana, l'imputato è piegato sul lato, il volto parzialmente coperto da un berretto. Il pubblico in piedi osserva ammutolito, mentre le guardie avvicinano al banco della difesa un uomo accusato di «concorso nell'uccisione di 27.900 persone» nel campo di concentramento di Sobibor, in Polonia, nel 1943.

Per la seconda volta Demjanjuk, l'ex guardia nazista in cima
alla lista dei criminali di guerra ricercati dal Centro Simon
Wiesenthal, deve affrontare la giustizia. Nel lontano 1986 in Israele
fu accusato di essere "Ivan il Terribile", il torturatore di Treblinca,
e fu condannato a morte due anni dopo. Ma un'alta corte israeliana cancellò la sentenza perché ebbe dubbi sulla reale identità
del condannato. Da ieri Demjanjuk, nato in Ucraina 89 anni fa, è
tornato sotto processo, questa volta in Germania.
La prima udienza
è iniziata con oltre un'ora di ritardo: più di duecento giornalisti
erano accreditati. Solo una minoranza ha potuto occupare i posti
riservati alla stampa, dopo aver superato tre controlli di polizia. Il
presidente della Corte si è scusato, spiegando che il tribunale non
aveva previsto un tale affollamento. Sono scattate le risate
irriverenti del pubblico: l'unico momento che ieri abbia strappato un
sorriso nella sala A 101/ I del Palazzo di Giustizia di Monaco.
L'imputato, apolide dopo aver perso la nazionalità americana, ha
seguito il dibattimento attraverso un'interprete ucraina. Si è affidato
a un comunicato di suo figlio, in cui ribadisce la sua innocenza, e a
una memoria del suo avvocato Ulrich Busch che ha tentato di ricusare la
Corte: «Perché coloro che davano gli ordini sono stati assolti?» ha
chiesto, ricordando che alcuni ufficiali tedeschi a Sobibor non furono
condannati. Ha quindi parlato di una giustizia «con due pesi e due
misure» e sostenuto che il suo cliente non fu un boia ma una vittima
costretta a eseguire gli ordini delle SS.
Il processo a Demjanjuk
potrebbe essere uno degli ultimi contro un presunto criminale di
guerra, a oltre 60 anni dall'Olocausto. Ormai il tempo si sta rivelando
l'ultimo giudice, anche se ieri Efraim Zuroff, il direttore del Centro
Wiesenthal, ha ricordato che ancora oggi 706 ex nazisti sono indagati
in 12 paesi del mondo. «Questa volta Demjanjuk verrà condannato: ci
sono le prove scritte», dichiara al Sole 24 Ore durante una pausa del
dibattimento.
Nato in Ucraina nel 1920, l'uomo ha attraversato il
dramma europeo del Novecento. Prima combatte nelle fila dell'Armata
Rossa, poi è catturato dai nazisti e arruolato nelle SS. Dopo la guerra
emigra negli Stati Uniti dove diventa un operaio del settore
automobilistico nel Midwest americano. Sposato con figli, per anni è
riuscito a dimenticare il passato, finché è stato costretto a uscire
dall'ombra quando il suo nome è riemerso all'improvviso.
L'accusa
ha raggruppato una ventina di testimoni. In particolare contro
l'imputato vi è una carta d'identità delle SS, il numero è il
1393: indica che l'uomo è stato un guardiano del campo per sei mesi nel
1943. Basterà a condannarlo? Lui smentisce: ammette di aver lavorato in
alcuni Lager, ma non a Sobibor dove sono stati uccisi almeno 250mila
ebrei.
Tra il pubblico ieri sedevano anche semplici cittadini.
Un'anziana signora bavarese ha fatto un'ora di coda nel freddo pur di
assistere alla prima udienza di un processo che dovrebbe terminare in
maggio: «È un'occasione storica», spiega. Molti commentatori si
chiedono se la magistratura possa veramente giudicare fatti che si sono
svolti oltre sessant'anni fa. Altri mettono l'accento sull'età dell'imputato
e le sue deboli condizioni fisiche.
Proprio per questo la giornata
di ieri è stata riservata alle testimonianze mediche: tre dottori hanno
presentato le loro diagnosi, confermando che Demjanjuk può essere
giudicato anche se le sedute giornaliere non potranno superare le tre
ore. La difesa ha voluto mettere i medici in difficoltà, con l'aiuto
dell'imputato. Mentre in mattinata quest'ultimo era arrivato in una
sedia a rotelle, nella seduta del pomeriggio giunge in aula allungato
di lato su una barella. L'immagine è quella di un catafalco.
La
posizione dell'imputato non lascia nessuno indifferente. Lui poi ogni
tanto agita un braccio, con il volto girato non verso il pubblico, ma
verso la corte. Il dibattimento è interrotto per 25 minuti in modo da
allungare Demjanjuk sulla schiena ed effettuargli una puntura di
anti-dolorifico. Dolore vero? C'è chi sosteneva ieri di aver visto
l'uomo a fine seduta mentre scherzava con il suo avvocato. «L'imputato
– aggiunge Zuroff – sta benissimo. È un attore di Holllywood e la Corte
non deve cadere nel suo tranello!».
Da un lato la Germania non
vuole essere accusata di accanirsi contro un uomo quasi novantenne.
Dall'altro però vuole smentire l'opinione per cui il paese non ha mai
veramente perseguito gli ex nazisti, affidandosi unicamente alle
sentenze di Norimberga. A Francoforte nel 1963 in uno dei rari processi
tedeschi contro delle SS, alcuni poliziotti – a meno di venti anni
dalla fine della guerra – accennarono un saluto militaresco davanti agli
imputati. Ieri nulla di tutto ciò: a giudicare la storia tedesca è
un'altra Germania.

B.R.