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Banchi, il CEO di Boehringer Ingelheim che difende Angela Merkel

INGELHEIM AM RHEIN – Angela Merkel è sotto accusa: molti europei e molti tedeschi le rimproverano un atteggiamento troppo passivo dinanzi a una crisi dall’impatto dirompente. Chiedono aiuti a favore dell’economia; finora senza successo. I politici rumoreggiano, gli imprenditori mugugnano. Non tutti però: Alessandro Banchi, presidente del gigante farmaceutico renano Boehringer Ingelheim, è convinto che il cancelliere tedesco abbia ragione.

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“Condivido il ragionamento della signora Merkel – spiega il dirigente d’impresa –. La Germania e l’Europa hanno problemi di bilancio, chi più chi meno.
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Conti in ordine sono essenziali in un momento di rapido invecchiamento della popolazione, di aumento della spesa sanitaria e della spesa pensionistica. Indebitarsi ulteriormente in queste circostanze, con una riduzione delle tasse, per esempio, non paga. Il caso argentino dimostra che anche uno Stato può fallire”.

Banchi, 62 anni, dice che vi sono differenze tra l’aiutare il mondo bancario e il sostenere l’industria con misure straordinarie a carico della comunità: “Capitalizzare le banche è indispensabile in questo momento: il fallimento di un istituto di credito danneggerebbe tutto il Paese. Ne va del sistema circolatorio della società e dell’economia. Diverso invece è aiutare l’industria, da quella automobilistica a quella aeronautica: il pericolo è di creare una catena di richieste di drogare l’economia e di far aumentare ulteriormente il debito dello stato”. Il presidente di Boehringer Ingelheim, un italiano di Firenze alla guida della società renana dal 2004, è convinto che la maggioranza degli imprenditori tedeschi condivida il suo ragionamento. “Trovare scorciatoie fuori da una situazione come questa può essere controproducente: rischiamo di introdurre il seme della prossima crisi, nello stesso modo in cui all’inizio degli anni duemila bassi tassi d’interesse hanno contribuito a una bolla immobiliare negli Stati Uniti”.
Una delle ipotesi sul tappeto è di aiutare i consumi, vuoi attraverso un calo dell’imposta sul valore aggiunto, vuoi con la distribuzione di buoni alle famiglie. “Lei pensa seriamente che in una situazione così incerta una famiglia si impegnerebbe a consumare di più solo perché è stata ridotta l’Iva? – chiede Banchi –. La mia impressione è che il denaro verrebbe solamente risparmiato, tanto è forte l’incertezza sul futuro”. La paura del dirigente di Boehringer Ingelheim – 40mila dipendenti, 150 filiali in giro per il mondo, 11 miliardi di euro di fatturato e 1,8 miliardi di profitti nel 2007 – è di assistere a un ritorno dello Stato nell’economia: “Credo che in alcuni Paesi il desiderio della classe politica di rimettere le mani sull’economia sia forte. Ma non credo che alla società convenga che lo Stato torni a produrre panettoni. In questo senso, la Germania è una voce di rigore che non mi sembra poi così criticabile”.
Banchi è quindi convinto che nella situazione attuale le imprese debbano assorbire l’impatto della recessione: “Si migliora, si ristruttura, si sopravvive”. Ma dinanzi al rischio di depressione e di deflazione non bisognerebbe forse introdurre misure d’emergenza? “Ho messo a punto il mio budget dell’anno prossimo in vista di una nevicata più abbondante del solito, non in vista di un terremoto, per il quale francamente è difficile prepararsi”. Dal suo posto di osservazione, il dirigente di Boehringer Ingelheim per ora non vede segnali di deflazione o di depressione, anche perché a differenza degli anni 30 sono nate nuove economie emergenti: “La domanda dei Paesi emergenti è calata, non c’è dubbio, ma la Cina, dove cresciamo del 20% all’anno, continuerà a modernizzarsi nei prossimi anni. In Russia, dal 2000 le nostre vendite sono triplicate se non quadruplicate”.
Sembra (quasi) impossibile strappare a Banchi una critica della signora Merkel. Ammette però che il Governo tedesco è stato lento a capire la gravità della crisi bancaria: “Forse perché quando un Paese viene da un momento particolarmente buono fa fatica a vedere i problemi”. E sull’incapacità della Germania a prendere la leadership europea in questo frangente? “E’ vero: forse ha sopravvalutato la sua forza e pensato di non avere bisogno dell’Europa”. Crede che il Paese potrebbe a un certo punto cambiare politica economica, magari con una riduzione delle imposte, per ora escluso? “Ammetto che è una possibilità. Dipenderà anche dall’andamento dei sondaggi da qui alle elezioni del settembre 2009. Per ora, i democristiani della signora Merkel hanno dieci punti di vantaggio sui socialdemocratici. Se l’Spd dovesse crescere negli studi demoscopici, il cancelliere potrebbe cambiare strategia”.

  • danilo72 |

    Onore al merito della signora A.Merkel che vuole usare le cifre e le tabelle per ponderare le decisioni.
    Come gli economisti d’altronde.

  • Beda Romano |

    CEO sta per Chief Executive Officer (amministratore delegato in italiano). È una sigla usata spesso nel giornalismo economico, anche in Germania. Non la uso di solito, ma in questo caso non sono riuscito a trovare di meglio per rimanere in una riga di titolo. Cercherò di farne a meno in futuro. Nel merito: a influenzare il modo di ragionare della signora Merkel non è solo il fatto di essere donna, ma anche di avere una formazione scientifica (ha studiato fisica). Tendenzialmente vuole prendere le decisioni su fatti e cifre.
    Cordialmente
    B.R.

  • danilo72 |

    A parte che il cancelliere tedesco è una donna, e quindi non ragiona come un uomo o almeno se ne discosta per differenze culturali, probabilmente è giusto in questi frangenti mostrare una certa cautela e non fare solo annunci ad effetto che poi scontentano i mercati.
    Un ultimo appunto è per l’articolista o il titolatore che ci costringono a leggere sigle non immediatamente comprensibili (CEO): ma in Germania i giornali li scrivono così?

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