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In Iraq, l’altro Afghanistan, per il governo Draghi c’è una opportunità

La lunga presenza della Nato in Afghanistan è terminata in una disfatta. Le notizie di questi giorni provenienti da Kabul lasciano temere il peggio sul futuro del paese a 20 anni dall’operazione alleata che ha tentato di modernizzarlo e avviarlo sulla strada della democrazia all’indomani degli attentati contro New York e Washington nel 2001. Mentre in Afghanistan la comunità occidentale scappa da Kabul come fece da Saigon nell’aprile del 1975, lo sguardo corre alla presenza della Nato in un altro instabile paese della regione: l’Iraq.

A Baghdad l’alleanza atlantica è oggi presente con obiettivi di addestramento delle forze militari irachene e di collaborazione in campo militare e civile. La lunga presenza Nato risale al 2004, sulla scia della guerra contro il regime di Saddam Hussein, anch’essa scoppiata come quella afghana dopo gli attentati del 2001. Il tentativo è di contribuire – su richiesta del governo locale, precisano i diplomatici qui a Bruxelles – a garantire la stabilità politica, a lottare contro il terrorismo e a frenare eventuali arrivi di migranti, dopo che nel 2017 le autorità irachene hanno sconfitto con difficoltà l’ISIS e ripreso il (fragile) controllo del territorio nazionale.

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Con il ritorno al potere dei talibani in Afghanistan, il teatro iracheno assume una importanza essenziale per la Nato e per gli alleati occidentali. Il paese diventa un baluardo della stabilità politica della regione. In questo contesto, l’Italia avrà presto una responsabilità cruciale poiché a metà del prossimo anno assumerà il comando della missione Nato in Iraq (prendendo il testimone dalla Danimarca). Sulla presenza alleata nel paese, in termini di uomini e mezzi, l’organizzazione militare è prudente, per paura di stuzzicare le sensibilità delle varie fazioni irachene.

Interpellato qui a Bruxelles, un responsabile dell’alleanza atlantica spiega che “diverse centinaia di uomini e donne della Nato sono attualmente nel paese”. Ha poi aggiunto: “L’aumento del numero delle truppe (decisa in febbraio su richiesta irachena, ndr) sarà progressivo, in base ai requisiti e al consenso delle autorità irachene. La nostra missione continua ad essere svolta nel pieno rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iraq e in piena consultazione con il governo iracheno”.

Durante il comando italiano della missione Nato, la diplomazia italiana dovrà gestire i rapporti politici con le autorità irachene, gli alleati occidentali e gli altri attori della regione, a iniziare dall’Iran e dalla Russia. Il momento è delicatissimo: la crisi afghana non solo sta mettendo in difficoltà l’organizzazione militare; sta anche rimettendo in discussione gli equilibri politici nell’Asia centrale dove Pechino e Mosca vogliono rafforzare la loro influenza. Durante una riunione dei ministri degli Esteri della Nato venerdì scorso, tutta dedicata alla drammatica situazione afghana, il teatro iracheno è stato citato da alcuni partecipanti, secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles.

Incidentalmente, il ruolo italiano in Iraq giunge dopo che per anni la credibilità europea e internazionale dell’Italia è stata messa a dura prova da una lunga stagnazione economica e da una irresponsabile litigiosità politica. Agli occhi del governo Draghi l’impegno nel paese arabo può essere l’occasione per migliorare l’immagine italiana, mentre la comunità internazionale vorrà capire se l’Iraq rischi di fare la stessa fine dell’Afghanistan e se la Nato sia destinata a un nuovo terribile fallimento.

Nell’ottica di un governo lungimirante e ambizioso, le prossime responsabilità italiane in Iraq non dovrebbero confinarsi alle questioni militari o peggio al train-train quotidiano. L’Italia dovrebbe cogliere l’occasione politica anche per consigliare il governo iracheno in campo economico e sociale, aiutandolo a camminare sulle proprie gambe e facilitando il rapido ritiro delle truppe Nato la cui presenza è controversa in molti ambienti occidentali. Tra le altre cose, lo stesso ministero degli Esteri italiano finanzia una decina di missioni archeologiche nell’antica Mesopotania.

(Nella foto tratta da Internet, la sede a Baghdad dell’ufficio del primo ministro iracheno, attualmente Mustafa Al Kadhimi, 54 anni)