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Nella Bruxelles “sotto assedio” – Una esperienza personale

In questi giorni, gli stranieri residenti a Bruxelles sono destinatari di numerosi messaggi provenienti dalla terra d’origine. Sono mail o sms affettuosi, di simpatia e di curiosità, in alcuni casi un po’ ansiosi. Lo stato d’allerta annunciato dal governo federale nella notte tra venerdì e sabato, sulla scia di un filone belga negli attentati terroristici di Parigi, ha impressionato non poco, forse anche perché la stampa e la televisione europee trasmettono ansia.

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Non esitano a parlare di “coprifuoco”, “paura”, “assedio”, “terrore”, “guerra”. Bruxelles è una “città militarizzata”, le cui strade sono “deserte”, “pattugliate dall’esercito”. La realtà è che al netto della chiusura straordinaria delle scuole e della metropolitana (oggi tornate operative), la vita quotidiana nella capitale belga è cambiata relativamente poco. Titolava ieri mattina Le Soir, il più importante quotidiano francofono belga: “Lunedì, Bruxelles non è più morta, Bruxelles vivacchia”. Dopotutto si può uscire come e quando si vuole. Certo, i centri commerciali sono chiusi; alcuni negozi anche, i ristoranti hanno subito una riduzione della clientela. L’impatto economico del difficile momento vi sarà senza dubbio. Ma in generale i bruxellesi non hanno cambiato radicalmente le loro abitudini. Evitano probabilmente i luoghi tradizionali di assembramento, anche se stazioni e aeroporti continuano a funzionare regolarmente. L’esercito è presente da tempo dinanzi ai punti sensibili della città – le istituzioni comunitarie, i ministeri, le ambasciate. Con l’innalzamento dello stato di allerta da 3 a 4, il governo federale ha chiesto ai militari – di solito in coppia, accompagnati da un poliziotto – di pattugliare le vie più frequentate o le stazioni. Ciononostante, la sicurezza non è asfissiante o invasiva. Nulla a che vedere con la Roma della fine degli anni 70 quando in piena emergenza terroristica le forze dell’ordine organizzavano posti di blocco in città e in campagna, e controllavano d’autorità i bauli delle automobili, oltre ai documenti dei viaggiatori.  L’aumento dell’emergenza terroristica è certamente legato alla presenza di un preoccupante filone belga negli attentati terroristici di Parigi. C’è da chiedersi però se nell’aumentare lo stato d’allerta il governo belga non abbia voluto anche coprirsi le spalle in caso di attentato agli occhi della popolazione, indurre eventuali terroristi e fiancheggiatori alla fuga, facilitare il lavoro della polizia nelle indagini sugli attacchi parigini. In genere, la popolazione di Bruxelles sta affrontando il momento con un misto di preoccupazione, fatalismo e nonchalance. Radio e televisione continuano in generale la loro normale programmazione, salvo quando si tratta di trasmettere in diretta la conferenza stampa ormai quotidiana del primo ministro Charles Michel. Ogni mattina, la radio pubblica RTBF trasmette una trasmissione intitolata Café Serré durante la quale un umorista ogni giorno diverso si lancia in un monologo ironico e corrosivo su un tema d’attualità. Da quando l’allarme è a livello 4, l’autore non esita a prendere in giro l’Islam, il terrorismo, e anche il governo Michel. Ieri mattina, alla Gare du Midi, una giornalaia a chi una cliente chiedeva come si sentisse a lavorare in uno dei posti più a rischio, ha risposta: “Si ça doit péter, ça va péter…!” (Se deve scoppiare, scoppierà…!). Sabato mattina, chi scrive è andato a vedere un museo ospitato in un edificio adiacente il Palazzo Reale (il Re Filippo utilizza l’edificio come ufficio, mentre abita nel Castello di Laeken, fuori città). Sono arrivato in contemporanea a una coppia di poliziotti che hanno chiesto al direttore del museo di chiudere l’ala della pinacoteca dedicata a una esposizione sul ruolo delle donne durante la Prima guerra mondiale perché nella parte più vicina al Palazzo Reale. Il direttore ha ubbidito, controvoglia e non senza aver detto ai suoi interlocutori: “Non è che qui ci siano delle masse di visitatori….”.

(Nell’immagine, una vignetta del disegnatore Kroll apparsa su Le Soir. Il militare interpella la madre del bambino per walkie-talkie chiedendole se ha messo il panino del pranzo nello zaino)

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