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La via tedesca all’integrazione europea – 23/06/13

Negli anni 80, i diplomatici tedeschi segnalavano nei rapporti al ministro degli Esteri se un'iniziativa potesse o meno aiutare l'integrazione europea. Nel caso di segnalazione positiva, si dice che Hans-Dietrich Genscher desse il suo automatico benestare. Oggi gli automatismi della Germania sono cambiati. Chiamate a vagliare la legalità degli acquisti di debito da parte della Banca centrale europea o gli aiuti ai paesi in difficoltà, le istituzioni tedesche – dalla Corte costituzionale al Bundestag – sono considerate un ostacolo all'uscita dell'Europa dalla crisi.


Ormai del Bundestag si parla come di un secondo Parlamento
europeo, tale è la sua importanza nell'iter decisionale europeo. Molti
imputano questo fenomeno al voto di settembre che indurrebbe la Germania
a ripiegarsi su se stessa. Angosciati dalla crisi, i tedeschi avrebbero
deciso, più o meno consapevolmente, di dare alle proprie istituzioni un
potere di veto sul futuro dell'Unione. Il fenomeno è più complesso;
tendenzialmente slegato dal voto dell'autunno prossimo e direttamente
proporzionale al processo di integrazione europea.
Nota Anne-Marie Le
Gloannec, una germanista francese, professore di Sciences Po a Parigi:
«Le istituzioni tedesche si rafforzano mano a mano che si rafforza il
Consiglio europeo e si indeboliscono le istituzioni europee». Per
decenni l'andamento del pendolo ha favorito il metodo comunitario. Oggi
il sistema di vasi comunicanti rafforza la Germania a spese dell'Europa,
proprio mentre sono fragili le istituzioni di molti partner europei: la
Spagna fa i conti con una deriva del suo regionalismo, l'Italia è alle
prese con lo sconquasso dei suoi partiti politici.
Più volte in
questi anni la Germania ha proposto ai suoi vicini di avanzare spediti
verso una maggiore integrazione europea. Nel 1994 attraverso la proposta
di una Europa federale di Wolfgang Schäuble e Karl Lammers,
figure-guida del partito democristiano dell'allora cancelliere Helmut
Kohl; poi durante la Convenzione che portò alla nascita del Trattato di
Lisbona. Il cancelliere Angela Merkel è tornato a battere lo stesso
tasto nel pieno della crisi debitoria, aprendo la porta a una
mutualizzazione dei debiti, in cambio però di una cessione di sovranità
dalla periferia al centro.
La Germania aveva aderito all'euro sulla
base di alcuni principi, tra cui il non salvataggio dei paesi e la non
monetizzazione dei debiti. Ambedue sono stati rimessi in dubbio dalla
crisi debitoria. Per uscire dall'impasse politica e istituzionale, la
Germania ha proposto di passare al livello superiore e di puntare
sull'Europa federale. Dinanzi al silenzio o all'opposizione dei partner,
la reazione non può che essere il ripiego nazionale. Il Bundestag, la
Corte costituzionale e anche la Bundesbank si sentono investiti di nuovi
poteri nel vagliare le controverse scelte prese a livello europeo.
Nei
giorni scorsi la Corte costituzionale tedesca ha iniziato a valutare i
ricorsi contro il piano della Banca centrale europea di acquistare
debito pubblico per allentare le tensioni sui mercati finanziari. Le
attese sono per una sentenza salomonica che non metta in forse le scelte
della banca. Nel frattempo, però, Schäuble, oggi ministro delle
Finanze, ha ammesso che l'eventuale decisione di mettere in pratica gli
acquisti scatenerebbe un inevitabile dibattito al Bundestag, col
rischio di mettere in pericolo l'indipendenza dell'istituto monetario
dal mondo politico.
«Disillusi dall'Europa, i tedeschi hanno dato
nuovo potere alle proprie istituzioni democratiche – dice Sylvie
Goulard, parlamentare europea e liberale francese -. D'altro canto, a
fare la vera forza della Germania sono in fondo le sue istituzioni
democratiche, più che la sua economia». Preoccupata dall'incertezza
scatenata dalla crisi debitoria e dalla globalizzazione economica, la
classe politica tedesca vede nel ruolo accresciuto del Bundestag e della
Corte un modo per rassicurare l'opinione pubblica e proteggere il
proprio fianco dalle eventuali critiche in patria.
Le stesse
istituzioni, consapevoli della loro influenza, si sono appropriate di un
ruolo crescente. Se il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si
oppone in modo così appariscente alle scelte del consiglio direttivo
della Banca centrale europea è anche perché sa di avere l'appoggio di
molti in Germania. Qualche giorno fa, il quotidiano Handelsblatt citava
il capogruppo al Bundestag del partito liberale, Rainer Brüderle, per il
quale bisognerebbe rafforzare l'influenza della Bundesbank
nell'Eurosistema perché rifletta meglio il contributo della Germania
nella zona euro.
«Non credo però che la signora Merkel sia del tutto
felice di questa situazione – commenta la signora Goulard -. Da un lato
le va bene perché può giocare su vari piani», rassicurando i tedeschi e
giustificandosi presso gli europei. «Dall'altro, però, il ruolo del
Bundestag o della Corte le complica la vita, riducendo il suo margine di
manovra». Il risultato è che la Germania ha perso il metodo comunitario
fatto proprio da Genscher. Come il signor Jourdain, nel Borghese
gentiluomo
di Molière, che parla in prosa senza saperlo, Berlino è
intergovernativa senza dirlo.
Nel 2012 ha firmato con altri 24 paesi
un accordo di bilancio (il fiscal compact), nei fatti un trattato nato
fuori dal quadro comunitario. In questi giorni sta annunciando nuove
intese bilaterali per lottare contro la disoccupazione giovanile,
scavalcando la Commissione. È pronta, se non c'è l'accordo dei 27, a
rafforzare lo scambio automatico di informazioni bancarie tra i soli
paesi che sono disposti a perseguire questa strada. Nello stesso modo
non ha esitato a puntare sulla cooperazione rafforzata con altri 10
governi pur di introdurre la tassa sulle transazione finanziaria.
La
ragione di questa tendenza è da ricercare nella matrice di un
cancelliere che dell'Europa ha un'idea più geopolitica che federalista, e
che a Bruges nel 2010 elogiava «un metodo di negoziato coordinato e
solidale nel quale ciascuno possiede competenze proprie ma dove tutti
perseguono lo stesso obiettivo». Soprattutto, in una Germania gelosa
delle proprie prerogative democratiche, la debolezza dei partner spiega
il movimento del pendolo verso un ruolo accresciuto delle istituzioni
tedesche. L'esito delle prossime elezioni, quale esso sia, rischia di
non cambiare le prospettive.
B.R.