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L’Europa, sponda di Enrico Letta nel dibattito sulle riforme istituzionali

In tre giorni, il nuovo presidente del Consiglio Enrico Letta ha visitato tre città del Nord Europa e incontrato cinque dirigenti europei: a Berlino il cancelliere tedesco Angela Merkel, a Parigi il presidente francese François Hollande, a Bruxelles il premier belga Elio Di Rupo, il presidente della Commmissione José Manuel Barroso e il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Partito martedì pomeriggio per la Germania, è tornato a Roma giovedì mattina. Alcuni osservatori hanno criticato la scelta di visitare Berlino prima di Bruxelles: "Ricorda quasi il viaggio di De Gasperi a Washington del 1947" quando l'allora presidente del Consiglio si recò negli Stati Uniti per ottenere una cruciale linea di credito, ha detto uno di loro. Forse, ma la cosa non mi sciocca.

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La Germania non è forse il paese più importante della zona euro, quello che pesa di più nel Consiglio europeo? Peraltro, fare combaciare gli impegni e le agende non è semplice, e impone in alcuni casi scelte drastiche e anche controverse. Ai suoi interlocutori Letta ha fatto in generale buona impressione. Alcuni di loro lo conoscevano a causa della sua esperienza di parlamentare europeo; altri ne hanno apprezzato la capacità di parlare fluentemente inglese e francese; altri ancora hanno guardato con favore alla sua giovane età, sempre un po' sorpresi dall'età molto avanzata di numerosi esponenti dell'establishment italiano. A Berlino la signora Merkel ha cercato di comprendere quanto potrà essere stabile il nuovo governo, e ha fatto capire al suo interlocutore che l'Italia dovrebbe proseguire sulla strada della politica economica di Mario Monti. Il cancelliere ha ricevuto rassicurazioni dal nuovo premier. Letta gli ha spiegato che il nuovo governo italiano vuole continuare a risanare il debito pubblico, ma al tempo stesso avere spazio di manovra per sostenere l'economia. In altre parole, un deficit sotto al 3% del prodotto interno lordo, ma senza imporre una cura dimagrante troppo drastica. Lo stesso il nuovo premier ha detto a Bruxelles e a Parigi. "Ci è parso più sfumato di quanto non ci aspettassimo – dice un diplomatico -. Mi sembra che abbia capito che mettere crescita in alternativa ad austerità rischia solo di complicare i rapporti tra Nord e Sud Europa". C'è un aspetto della presentazione di Letta che ha trovato poco spazio nelle cronache dei giornali, ma che invece ha colpito i suoi interlocutori. Il nuovo premier italiano ha insistito sulla necessità di una riforma costituzionale in Italia, oltre che di cambiamenti profondi della classe politica.


"E' l'aspetto che più mi ha colpito e incuriosito", spiega un partecipante agli incontri. Nei suoi colloqui, Letta ha spiegato con dettagli precisi la deriva della classe politica. Secondo alcuni diplomatici, avrebbe precisato che ormai in Italia sarebbero oltre 300mila le persone legate direttamente o indirettamente a un mandato politico. Il premier ha messo l'accento sulle divergenze crescenti tra Nord e Sud dell'Italia e ribadito che nel caso non ci fossero progressi sul fronte costituzionale entro 18 mesi sarebbe pronto a dimettersi. Insomma, anziché soffermarsi solo sulla situazione economica, sulle tensioni dei mercati, sull'aumento della disoccupazione, Letta si è lanciato in "una piccola analisi politologica dell'Italia", secondo l'espressione di un partecipante. Ai suoi interlocutori questo aspetto non è dispiaciuto. Da un lato, una riforma della classe politica è ritenuta essenziale per tagliare le gambe ai partiti più populistici. Dall'altro, c'è la convinzione in molti ambienti europei che la crisi italiana sia tanto economica quanto istituzionale. Alla fine del  2011, mentre il governo Berlusconi stava lentamente morendo, la Commissione mandò a Roma un questionario preciso sulle prossime misure che l'Italia intendeva prendere. Il documento comprendeva un capitolo tutto dedicato proprio alle riforme costituzionali. A Bruxelles, Letta ha trovato particolare comprensione. In Belgio si ricorda volentieri che prima dell'ultima riforma federalista la gestione di politica economica era prigioniera di un meccanismo infernale. Ogni qualvolta, per esempio, si decideva di dare un sussidio al porto di Anversa, bisognava fare altrettanto per un acciaificio in Vallonia. Era "la politique du gaufrier", la politica dello stampo per cialde. Molti osservatori belgi sostengono che la federalizzazione del paese ha contribuito a una responsabilizzazione degli enti locali e a una migliore gestione dell'economia. E' probabile che nel mettere l'accento sugli aspetti istituzionali della crisi italiana, Letta abbia voluto preparare il terreno per usare proprio la sensibilità europea in questo campo come possibile sponda nel difficile dibattito italiano sul futuro della costituzione.

 

(Nel paese della pioggia, ombrelli nazionali – Nella foto, un angolo del guardaroba della residenza del primo ministro belga, in rue Lambermont a Bruxelles, il 1° maggio 2013)

NB: Dal fronte di Bruxelles (ex GermaniE) è anche su Facebook