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Banche, Politica, Vigilanza – Quando il banchiere Siemens poteva ambire a diventare “Cancelliere d’Europa”

A tutta prima sembra più ostico in Europa discutere del trasferimento della vigilanza bancaria alla Banca centrale europea che negoziare il fiscal compact. Come è possibile che l’adozione di una sorveglianza creditizia europea sia un tema più controverso che l’accettazione di una maggiore intrusione nei bilanci nazionali? Eppure, come ha spiegato di recente un responsabile bruxellese riferendosi alle trattative di questi giorni “stiamo ormai toccando il nervo pericoloso della sovranità nazionale”.

Georg von Siemens
Da secoli, le banche sono la cinghia di trasmissione delle politiche economiche nazionali, l’incrocio delicatissimo tra politica ed economia. Non è un caso se gli  stessi Medici, prima di governare Firenze, erano banchieri. Nell’ultimo secolo e mezzo, in quasi tutti i paesi d’Europa, mondo politico e settore creditizio hanno mostrato una straordinaria osmosi. Il caso tedesco è particolarmente evidente. Oggi si guarda al ruolo della classe politica comunale e regionale nella gestione delle Landesbanken e delle Sparkassen, attribuendo ai profondi legami anche la difficoltà della Germania ad accettare una vigilanza europea. La tradizione è antica. Tra il 1870 e il 1900 Georg von Siemens fu al tempo stesso presidente di Deutsche Bank e membro del Reichstag, per vari partiti nazionalisti e liberali. In questa particolare posizione, Siemens influenzò la regolamentazione bancaria, finanziò i progetti dell’imperatore nel Vicino Oriente e in Africa Orientale, fu strumentale nel creare una fitta rete di partecipazioni incrociate tra istituti di credito e gruppi industriali. Nel novembre 1889, durante un comizio elettorale, definì Otto von Bismarck “il più grande uomo che la Germania abbia prodotto in cento anni”. Qualche anno dopo, nel 1896, scrisse alla moglie una lettera in cui spiegò: “Ai miei occhi la Deutsche Bank è diventata troppo grande (…) Sarei stato un buon Elettore del Brandeburgo, ma Cancelliere d’Europa sarebbe un compito troppo impegnativo anche per me”.

Siemens aveva certamente una buona opinione di sé, ma la frase è rivelatrice soprattutto dei rapporti tra banche e politica alla fine dell’Ottocento nel Reich tedesco. Curiosamente, nello stesso periodo scoppiava in Italia lo scandalo della Banca Romana, accusata di stampare moneta falsa in collusione con la classe politica locale. Le Sparkassen e le Landesbanken non sono propriamente una eccezione tedesca. In altri modi anche in Francia, in Italia o in Spagna le banche sono spesso legate all’establishment politico. A Parigi, le prime imprese a essere nazionalizzate nel 1982 dal nuovo presidente François Mitterrand furono le banche, in tutto 36. Da allora c’è stato una processo di privatizzazioni, ma il legame con la politica rimane evidente, non fosse altro perché molti banchieri sono dei pantouflards, dei funzionari dello stato prestati al settore privato. Tradizionalmente, gli istituti di credito sono considerati degli champions nationaux. In Italia, una legge del 1990 ha aperto il settore alla concorrenza, ma non per questo le relazioni tra politica e banche sono scemate del tutto. Gli scandali bancari di qualche anno fa rivelarono l’interesse della
classe politica nel prendere il controllo di alcuni istituti di
credito (tra questi la Banca nazionale del Lavoro). Molti esponenti della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, che controlla l’omonima banca senese, sono nominati dal comune e dalla provincia di Siena. L’attuale ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera è stato fino alla sua nomina amministratore delegato di IntesaSanpaolo, una delle più importanti banche del paese. In Spagna le cajas, vale a dire le casse di risparmio, hanno forti legami con la politica locale. Il 18% del settore bancario spagnolo è in mani pubbliche. Si capisce meglio perché trasferire la vigilanza dalle autorità nazionali alla Banca centrale europea sia politicamente molto delicato, e le trattative per trovare un accordo da qui alla fine dell’anno appaiono così in salita. “Il gruppo di lavoro, composto dai 27 governi dell’Unione impegnati a valutare la proposta della Commissione, vuole difendere le prerogative nazionali”, spiega un responsabile europeo. In ballo c’è la possibilità di perdere una fetta di sovranità, e la libertà avuta finora di chiudere un occhio sulle debolezze delle banche,
colmare le perdite senza troppa pubblicità, evitare l’ingresso in
qualche caso anche di soci stranieri. Paradossalmente, dopo avere facilitato la deregolamentazione del settore bancario negli anni 90, la classe politica in Europa e negli Stati Uniti ha evidenti difficoltà a riregolamentare i mercati finanziari. Una delle ragioni è certamente la pressione delle lobbies bancarie. Ma c’è probabilmente nelle file dell’establishment politico anche la sensazione che le banche, nonostante le loro difficoltà, siano ancora – grazie tra le altre cose ai derivati – una utile leva finanziaria in tempi di austerità di bilancio. Nel 1841, il poeta tedesco Henrich Heine diceva: “Geld is der Gott unserer Zeit und Rothschild is sein Prophet” (Il denaro è il dio dei nostri tempi e Rothschild è il suo profeta). Poco è probabilmente cambiato.

 

(Nella foto, una caricatura di Georg von Siemens risalente al 1900, quando il banchiere finanziava la rete ferroviaria Berlino-Baghdad)

NB: Dal fronte di Bruxelles (ex GermaniE) è anche su Facebook

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  • Beda Romano |

    Leggo nel Monde che oggi sono una ventina gli inspecteurs des finances (gli alti funzionari del ministero delle Finanze francese) a lavorare nel settore bancario e assicurativo del loro paese.
    B.R.

  • zambiasi10 |

    Con il passaggio definitivo e fattuale della vigilanza bancaria alla Banca centrale europea, il potere del presidente della Bce sarà paragonabile a “Cancelliere d’Europa”, e per 7 anni dell’incarico intoccabile. “Geld ist der Gott unserer Zeit”!!!

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