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“Conti USA, bisogna agire ora” – 08/05/11

HELSINKI – Lo storico dell'economia Barry Eichengreen ha pubblicato all'inizio dell'anno «Exorbitant Privilege», un libro che ha provocato negli Stati Uniti un acceso dibattito perché mette in dubbio il futuro del dollaro, ostaggio dell'indebitamento americano. Incontrato a Helsinki durante una conferenza monetaria, il 59enne professore a Berkeley ha ripreso alcune delle idee contenute nel suo ultimo volume. Oltre a lanciare l'allarme sulla situazione debitoria americana, spiega che tra 10 anni il renminbi potrebbe diventare una moneta di riserva.


Ufficialmente il debito pubblico negli Stati Uniti è del 96% del Pil. Quello della zona euro dell'85% del Pil. Una domanda provocatoria: forse il malato mondiale non è l'Europa, bensì l'America?
La situazione americana è resa molto peggiore a causa di un sistema sanitario che non controlla i costi. Sotto questo profilo l'Europa è in una condizione migliore. A loro favore gli Stati Uniti hanno l'evoluzione demografica che li aiuta. Se lei mi dovesse chiedere quale delle due economie deve fare i conti con le difficoltà politiche più gravi, non saprei cosa risponderle.
Mettendo l'accento sulla grave situazione americana Standard & Poor's ha confermato i dubbi degli osservatori più attenti, ma repubblicani e democratici non riescono a mettersi d'accordo su come ridurre l'indebitamento.
Pensare che basti diminuire la spesa è illusorio. Bisogna ridurre le uscite correnti, tagliare i costi del sistema sanitario e soprattutto aumentare le entrate. Il gettito fiscale a livello federale quando l'economia è in buona forma è pari al 19% del Pil. Troppo poco. Oggi è addirittura sceso al 14 per cento.
Nel suo libro «Exorbitant Privilege», uscito nel gennaio scorso, lei spiega che gli Stati Uniti hanno cinque anni di tempo per rimettere ordine nei conti per evitare il peggio.
Da allora la mia preoccupazione è aumentata. Temo abbiamo meno di cinque anni a nostra disposizione. Non credo che il mercato avrà la pazienza di aspettare così a lungo. Sono seriamente preoccupato, ma da patriottico americano continuo a essere fiducioso. Spero che la classe politica trovi rapidamente un piano condiviso da tutti. Di recente Standard & Poor's ha detto che la data ultima per trovare una soluzione è il 2013, all'indomani delle prossime elezioni presidenziali. Sono d'accordo con questo termine.
Il dollaro è drammaticamente debole, ma lo stesso euro agli occhi di molti non è una valuta credibile tenuto conto dell'assetto dell'Unione monetaria. Cosa ne pensa?
A differenza di molti sono convinto che una unione monetaria non debba essere per forza un'unione fiscale per sopravvivere. Ma credo che la zona euro debba avere norme bancarie condivise da tutti gli stati membri. Al di là del caso greco, la crisi europea è una crisi bancaria. Sono dell'idea che un mercato unico con una moneta unica abbia bisogno delle stesse regole bancarie. Nel caso di un fallimento creditizio l'operazione di salvataggio ricadrebbe su tutti i governi. Mi sembra un compromesso accettabile anche per quei Paesi che vogliono mantenere l'indipendenza del bilancio nazionale.
Lei afferma che stiamo assistendo a un passaggio del testimone tra Ovest e Est, tra Stati Uniti e Cina. Come crede cambierà il sistema monetario nei prossimi anni?
Credo che tra dieci anni potremmo avere tre grandi valute internazionali – il dollaro, l'euro e il renminbi – utilizzate come moneta d'investimento, di riserva e a fini commerciali. Stiamo assistendo a una graduale internazionalizzazione della valuta cinese. Oggi è utilizzata da 70mila imprese cinesi nell'import-export. Non ve ne era alcuna nel 2009. Circa 50 aziende straniere hanno già emesso obbligazioni in renminbi.
E in termini di valuta di riserva?
Tra un decennio mi aspetto grosso modo che il 50% delle riserve valutarie sia in dollari (dall'attuale 65%, ndr), il 30% in euro e il 20% in renminbi. Sarebbe uno scenario non dissimile da quello prevalente prima della Grande Guerra, quando il sistema monetario era in mano alla sterlina inglese, al franco francese e al marco tedesco. Sarebbe un assetto stabile, nel quale le forze di mercato imporrebbero ai singoli Paesi politiche economiche sostenibili. Certo, la quota del dollaro al 50% dipende dalla capacità della classe politica americana di riprendere il controllo del debito pubblico.

B.R.