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La crisi vista da Lisbona: l’euro è “un corsetto”

L'ultima riunione (ufficiale) del consiglio direttivo della Banca centrale europea si è svolta a Lisbona la settimana scorsa. La tempistica non poteva essere migliore: ho approfittato del viaggio per capire meglio il Portogallo, un paese al centro dei dubbi di molti investitori e oggetto di nuove pressioni europee perché rimetta ordine nelle sue finanze pubbliche.

Lisboa - Rua Augusta
Ad Atene le manifestazioni contro il drastico piano di risanamento del deficit provocano morti e feriti. E in Portogallo – mi sono chiesto – quale potrebbe essere la reazione del paese se la crisi debitoria dovesse volgere al peggio nonostante il gigantesco paracadute finanziario europeo da 750 miliardi di euro annunciato nel fine settimana? Ho pensato di trascorrere una mattinata in università per tastare il polso degli studenti nella cidade universitária. Le mie chiaccherate non hanno certo valore scientifico né danno un quadro esauriente della situazione; eppure ho trovato i giovani portoghesi curiosamente poco coinvolti dal grande processo di integrazione europea. Marta, studentessa di storia dell’arte, ha messo l’accento sui rincari associati all’introduzione dell’euro: “Tutto costa il doppio. Sono molto preoccupata per il futuro. Il governo ha deciso di costruire nuove grandi opere, come per esempio una linea TGV tra Porto e Lisbona: guadagneremo 15 minuti di tempo. Ne vale veramente la pena? I politici dovrebbero concentrarsi sui problemi dell’istruzione”. Bruno, che studia regia teatrale per diventare professore, sostiene che la crisi di oggi è “una crisi del capitalismo”. Spiega: “Il governo dovrebbe nazionalizzare tutti i grandi gruppi del paese e metterli al servizio della comunità (…) L’euro ha aiutato le transazioni commerciali tra i paesi e probabilmente ha aumentato l’arrivo di turisti in Portogallo. Ma è un corsetto: non possiamo svalutare e quindi aiutare l’economia”. Alla domanda se si senta portoghese o europeo, risponde senza ombra di dubbio: “Portoghese!”.

Maria è una studentessa di giurisprudenza. Anche lei si lamenta dell’introduzione dell’euro e del conseguente forte aumento dei prezzi. “La moneta unica però ci permette di essere più uniti al resto dell’Europa: senza l’euro il Portogallo sarebbe molto isolato”. E’ convinta che il suo paese non sia nella situazione della Grecia. Ciò detto, teme che per il Portogallo “gli svantaggi dell’unione monetaria siano stati superiori ai vantaggi”. Quando le chiedo se vorrà partecipare al programma Erasmus, che organizza scambi universitari in Europa, risponde senza grande entusiasmo: “Non ci ho ancora pensato. Forse sì”. Anche Joana studia giurisprudenza. “Sinceramente, non sono sicura che l’euro abbia aiutato il mio paese – dice -, ma non per questo voglio tornare all’escudo”. In generale ho trovato gli studenti dell’università di Lisbona poco interessati al destino dell’Europa, e in generale piuttosto pessimisti, in linea con l’ultimo sondaggio Eurobarometro che rivela come solo il 53% dei portoghesi sia soddisfatto della vita (rispetto al 71% degli italiani e all’85% dei tedeschi). Mi chiedo se la storia del paese non giochi un ruolo: il Portogallo non ha partecipato alla seconda guerra mondiale, non è stato distrutto dal conflitto, e quindi non ha mai avuto un vero dibattito europeista. Forse neppure la geografia aiuta. Quando si parla di Sud Europa si pensa subito a politiche economiche poco rigorose. In realtà, c’è anche l’elemento della distanza rispetto al cuore del continente, tendenzialmente più integrato. Molti dei miei interlocutori sulla West Coast of Europe, come l'Ufficio del Turismo chiama il Portogallo, hanno viaggiato poco, spesso limitandosi alla vicina Spagna. A differenza di altri paesi la partecipazione alla zona euro ha aiutato solo in parte gli scambi con l’estero: la percentuale dell’export portoghese destinato ai paesi dell'unione monetaria è scesa in dieci anni dal 68 al 62% del totale. Il Portogallo non è certo la Grecia, in termini di finanze statali e di burocrazia corrotta, ma ha problemi di debito pubblico e privato. Bisogna sperare che abbia ragione António, un compagno di corso di Joana. Sostiene che l’Unione si salverà solo se i paesi dimostreranno solidarietà: “Dinanzi a nuove misure di austerità i portoghesi reagiranno male. Poi credo che si adatteranno”. Più in generale, l'impressione è che l'Unione debba accorciare le distanze per integrare meglio la propria periferia.

(Nella foto, la Rua Augusta e in fondo la porta che dà sulla Praça do Comércio)

  • Filippo Scammacca |

    l’articolo mi fa ricordare una esperienza di vita vissuta:in Argentina all’inizio degli anni 90 la dollarizzazione dell’economia ha permesso di bloccare quella dinamica inflazionistica che stava spingendo il sistema verso la distruzione, ma ne e’ derivato un “corsetto” che ha reso il Paese tra i piu’ cari del mondo. In assenza di riforme e di una governance economica adeguata non era pensabile che l’Argentina potesse mantenere in maniera perenne la parita’ con il dollaro.
    Nell’area Euro la situazione dei Paesi fortemente indebitati non mi sembra poi cosi’ diversa. E’ certo che l’Euro sottintende un processo di integrazione che non trova confronti, tantomeno nel quadro interamericano. Questo sembra essere il punto di forza per fuoriuscire da una situazione assurda e potenzialmente autodistruttiva: Portogallo, Italia e credo anche Grecia sono percepiti come Paesi sensibilmente più cari rispetto alla più efficiente Germania. La correzione di questo sistema e’ certamente il miglioramento della competitivita’ da realizzarsi con riforme e miglioramento del funzionamento dello Stato. Ma il contesto richiede coordinamento e solidarieta’ da parte delle economie piu’ forti e non solo per ragioni politiche: in un sistema di stabilita’ monetaria e di trasparenza dei prezzi trovano anche esse concreti tornaconti, quanto meno nelle quote di mercato.

  • Massimo |

    E’ interessante notare come a livello nazionale si senta l’esigenza di frammentare (vedi federalismo fiscale) e a livello europeo si cerchi di far prevalere una logica globalizzata per far fronte al famigerato colosso asiatico.
    Mi chiedo fino a quando, questi discorsi di economia non percepita, potranno essere tollerati (in caso si debba pagare ancora) pur di restare in questo corsetto.
    L’Europa è unita perché non può fare altrimenti. I destini dei singoli stati sono legati, oggi come 1000 anni fa, ma mi chiedo quanto durerà questo patto tra banchieri.

  • danilo72 |

    E’ molto significativo percepire l’euro come un “corsetto”, vederlo quindi come un indumento rigido che protegge il corpo dagli attacchi esterni. Addirittura se è un corsetto “rigido ortopedico” esso esplica la funzione di correzione dei difetti alla colonna vertebrale, che è il suo uso tipico per raddrizzare le scoliosi degli adolescenti.
    Insomma se l’integrazione europea è adolescente e l’euro ne è il corsetto-tutore la sua funzione è chiara, e tutti la possono percepire come fondamentale.

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