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Geppetto moderno: Hans Beck, l’inventore del Playmobil

Il padre del Playmobil, uno dei giocattoli più venduti al mondo, è scomparso il 30 gennaio scorso nella sua casa sul lago di Costanza. Hans Beck aveva 79 anni e aveva inventato il Playmobil negli anni 70, in piena crisi petrolifera, mentre la Germania stava attraversando

Hans Beck
quella che allora era considerata la peggiore crisi dalla fine del conflitto. "Era una persona semplice, di una estrema timidezza, pudica, quasi taciturna", ha detto Gisele Kupiak, una delle sue collaboratrici più strette che lo aveva conosciuto nel 1974. La storia è quella di un moderno Geppetto e vale la pena di essere raccontata. Beck nasce in Turingia nel 1929, secondo di dieci figli (nella foto tratta da Internet). Si dice che fin da giovanissimo si divertisse a costruire giocattoli in legno per i suoi fratelli. Dopo la guerra si sposta in Baviera per cercare lavoro. In un primo momento è falegname ed ebanista, poi nel 1958 è assunto dalla Geobra Brandstätter, una società di Zirndorff, nei pressi di Norimberga, specializzata nella produzione di giocattoli. Viene selezionato tra un gruppo di venti candidati. Per una decina d'anni Hans Beck crea numerosi oggetti per la maggior parte in plastica, non più in legno: telefoni, trattori, cucine, macchinine. Poi all'inizio degli anni 70, il proprietario dell'impresa Horst Brandstätter gli chiede di inventare dei personaggi da adattare a uno dei giocattoli più amati dai ragazzini: il camion dei pompieri.

Beck si allontana rapidamente dalle istruzioni che aveva ricevuto. Ai suoi occhi il personaggio non deve essere una mera appendice ma il centro di un universo. Nasce così la figura del Playmobil: personaggi infiniti, dai capelli di plastica e dai vestiti intercambiabili, ma dalla misura sempre identica, 7,5 centimetri di altezza, "perfetti per la mano di un bambino". Era il 1974, e in tempi difficili, con il prezzo del petrolio e della plastica alle stelle, la proposta minimalista di Beck diventa agli occhi di Brandstätter l'antidoto contro la crisi. Lo stesso Beck non aveva figli. Sua moglie racconta che per meglio testare la sua invenzione chiedeva ai ragazzini del suo quartiere di passare da casa per dare un giudizio sui diversi personaggi. I primi tre – un indiano, un operaio e un cavaliere – sono presentati al Salone internazionale del giocattolo di Norimberga. Gli specialisti, dicono le cronache dell'epoca, sono cauti, ma i bambini rimangono deliziati. Da allora il Playmobil diventa un successo inarrestabile: ne sono venduti in tutto il mondo oltre 2,2 miliardi. Dal 1974 il catalogo della Geobra Brandstätter si è diversificato tanto che una vera città Playmobil è stata costruita a 10 chilometri da Norimberga. Alcuni pezzi, come dei lavoratori cinesi del 19mo secolo, non sono mai stati messi in vendita perché considerati politically incorrect. Nonostante l'enorme successo internazionale, Hans Beck è rimasto nell'ombra, ma ha imposto alla Geobra Brandstätter una sua convinzione: "Kein Horror, keine vordergründige Gewalt, keine kurzfristigen Trends", No all'orrore, No alla violenza gratuita, no alle tendenze di breve termine. Per molti versi lo specchio della Germania moderna.

  • Sergio |

    Verissimo.
    Ne parlavo proprio con un collega tedesco: tra l’altro l’unione con la DDR è un processo troppo recente (forse ancora in fieri?) e complesso per consentire di “distrarsi” rispetto ad avvenimenti più distanti nel tempo.
    La memoria del XX secolo, mi raccontava, in Germania ha lasciato che tante zone d’ombra rimanessero li, inesplorate, quasi sospese in un limbo del giudizio.
    Chi è della nostra generazione (tra i 40 ed i 50 anni) ha vissuto la Germania del paradosso: la grande ombra del male hitleriano, raccontata da vicino da uno dei “vincitori” (il comunismo) che ad ombre non era certo carente.
    Cordialità.

  • Beda Romano |

    Non era proprio mia intenzione. Paradossalmente chi vive in Germania guarda al passato molto meno di quanto si pensi abitualmente.
    Grazie molte per il commento.
    B.R.

  • Sergio |

    Post interessante. Mi domandavo se, tra le righe, fosse tua intenzione mettere in risalto una certa correlazione tra Norimberga e pupazzetti… 🙂
    Complimenti per il blog.

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