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Memorandum al prossimo governo – Sulla coesione all’Europa, l’Italia è ormai ai livelli del Regno Unito

Mentre la campagna elettorale in Italia fa emergere un dibattito segnato da una buona dose di attacchi al progetto europeo, uno studio appena pubblicato mostra, ben oltre i sondaggi dell’Eurobarometro, quanto il paese in questi ultimi dieci anni si sia allontanato dall’Europa. I ricercatori dello European Council on Foreign Relations (ECFR) a Berlino hanno studiato i livelli di coesione tra i singoli paesi, facendo una differenza tra coesione individuale e coesione strutturale. La prima riguarda l’esperienza personale, l’impegno dei singoli nei confronti dell’Europa, l’atteggiamento e in generale il tasso di europeismo dei cittadini, anche alla luce del successo dei partiti più euroscettici.

</span></figure></a> Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, in una immagine del 19 dicembre 2014.<br>Foto ANSA
Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, in una immagine del 19 dicembre 2014.
Foto ANSA

La seconda riflette invece a livello macroeconomico l’andamento degli scambi commerciali e degli investimenti, l’integrazione economica e politica tra i paesi dell’Unione, il numero di progetti in condivisione con altri paesi membri, in particolare nel campo della difesa e della sicurezza.

L’Italia è uno dei paesi che ha registrato in questi ultimi dieci anni una più netta diminuzione del suo grado di coesione individuale al resto dell’Europa. Nel 2007, l’Italia era al decimo posto su 28 per quanto riguarda il sostegno individuale al progetto comunitario. Nel 2017 è sceso al 23mo posto. Cali di coesione personale si sono registrati in Grecia, e meno intensamente anche in Francia, Polonia, Ungheria e Spagna. Più coesi rispetto al resto dell’Europa appaiono invece i cittadini degli altri paesi, tra cui a sorpresa anche quelli del Regno Unito e degli stati membri che durante la crisi debitoria hanno avuto bisogno dell’aiuto comunitario, come l’Irlanda o il Portogallo.

Anche per quanto riguarda la coesione strutturale, l’Italia è scesa in classifica negli ultimi dieci anni, dal 19mo al 25mo posto. Peggio hanno fatto l’Irlanda, il Regno Unito e Cipro, ma numerosi sono i paesi che hanno subito comunque un calo: Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Austria, Danimarca, Lussemburgo e Olanda. Rispetto al consueto Eurobarometro sull’europeismo dei cittadini dei singoli paesi, la ricerca dell’ECFR ha il merito di dare un quadro più completo, più ampio dei legami tra gli stati, dello spirito di appartenenza di un dato paese all’Unione.

Per l’Italia le statistiche non sorprendono. Il nuovo euroscetticismo della popolazione italiana è il dato storico del momento. E’ da attribuirsi alla crisi economica, che si imputa alle regole della moneta unica; alla sensazione che il paese non sia stato aiutato sufficientemente nell’affrontare l’emergenza migratoria; ma soprattutto al sentimento che l’Europa richieda una rivisitazione dell’assetto sociale del paese, basato su legami clientelari e corporativisti finanziati dal debito pubblico.

La diminuzione della coesione strutturale è certamente da attribuire alla lunga crisi economica che ha comportato una riduzione della spesa e degli investimenti, e in queste circostanze a un inevitabile ripiegamento su se stesso dell’intero paese, in un contesto in cui molti partiti politici hanno giocato la carta euroscettica. Purtroppo, si deve pensare che il calo della coesione strutturale sia anche la conseguenza di un calo della coesione individuale e che le due grandi categorie si influenzino negativamente a vicenda. Spiegano i ricercatori dell’ECFR che in dieci anni, per quanto riguarda la sua coesione al resto dell’Europa, l’Italia si è allontanata dalla Francia e dalla Germania, per avvicinarsi alla Gran Bretagna.

Purtroppo mentre l’europeismo dei singoli è un fenomeno che potrebbe rivelarsi passeggero, e relativamente facile da lasciarsi alle spalle, la coesione strutturale dipende da investimenti di più lungo termine. Se l’Italia non vuole accumulare ritardi incolmabili nei confronti del resto dell’Europa, soprattutto nei confronti degli altri cinque paesi più importanti, e perdere (ulteriore) potere nella gestione dell’Unione, il nuovo governo, quale esso sia, dovrà riflettere seriamente a come ridurre il fossato che si è creato in questo decennio. In questo senso, paradossalmente, la coesione all’Europa dell’Italia dovrebbe diventare un interesse nazionale anche per un esecutivo nazionalista, tanti sono comunque i legami tra Roma e Bruxelles.

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