Frontstage e backstage del discorso di Obama a Berlino

Oltre 200 giornalisti avevano chiesto di poter volare su Obama One con Barack Obama durante il viaggio "presidenziale" che lo ha visto visitare in una settimana sette paesi, in Medio Oriente e in Europa, e che si terminerà oggi a Londra: i collaboratori del senatore americano ne hanno selezionati 40, tutti americani, nessuno straniero. Contributo richiesto: 20mila dollari ciascuno. Il candidato democratico alla presidenza americana è arrivato a Berlino con una schiera di consiglieri. La squadra di Obama non ha voluto rivelare cifre: la stampa però ha contato una ventina di automobili di servizio nella sola tappa di Amman, in Giordania. E la Berliner Zeitung calcola che i consiglieri di politica estera del candidato democratico siano circa 300, divisi in una ventina di gruppi di lavoro. Molti di loro hanno partecipato questa settimana alla tappa tedesca. Giovedì sera ero al Tiergarten ad ascoltare Obama, venuto in Europa un po’ per presentarsi agli europei e un po’ per ritagliarsi negli Stati Uniti un’immagine di statista internazionale. Ero tra la folla, non nella tribuna riservata al seguito e alla stampa. La calca era incredibile: non so se la stima di oltre duecentomila persone sia corretta, ma certo il numero dei partecipanti era significativo. Molti erano sinceramente interessati ad ascoltare il senatore americano, ma una buona parte del pubblico era nel Tiergarten per divertirsi in compagnia, ascoltare musica dal vivo, bere una birra e mangiare un Wurst. L’atmosfera era da classico Biergarten, non da evento politico. Famiglie con bambini, anziani in carozzella, turisti di passaggio, coppiette di studenti, hippies della nuova generazione, immigrati africani in abiti tradizionali, uomini d’affari in giacca e cravatta. Chi a piedi, chi in biclicetta e chi per comodità munito di un seggiolino pieghevole.

Lo spaccato di società tedesca era variegato e divertente in un Paese nel quale il 61% della popolazione appoggia le idee del 46enne candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti. L’organizazione di Obama aveva previsto la vendita di memorabilia in ricordo dell’avvenimento, tutti con la foto del candidato. Prezzo: 4 euro per un badge, 10 euro per una maglietta. Nel contempo, gli organizzatori avevano vietato striscioni, ma alcuni partecipanti erano riusciti a "contrabbandare" all’ingresso alcuni manifesti. "Obama close Guantanamo" diceva uno striscione steso per terra. Martin, 38 anni, è riuscito per alcuni minuti a sbandierare un pannello con su scritto: "No, you can’t – First Blood Tour Berlin 2008". Ha spiegato di volere protestare "contro il militarismo americano e la decisione di vietare striscioni". Ursula Peters, 73 anni, è stata costretta anch’essa a ripiegare il suo manifesto contro la spesa in armamenti "per evitare la prima multa della mia vita". Tra i partecipanti l’entusiasmo era evidente: d’altro canto, Obama ha cavalcato il tema del multilateralismo, sottacendo eventuali interessi nazionali americani. La sua figura carismatica attira in Europa, e non solo perché è una cesura rispetto all’era di George W. Bush. Il percorso del senatore dell’Illinois è prettamente americano, ma la sua storia famigliare è stranamente europea. Ha studiato a Columbia e a Harvard, ma il padre è un keniota e il nonno faceva il cuoco quando il Paese africano era ancora una colonia britannica. In un’Europa sempre più multiculturale e multietnica, l’esperienza di Obama, immigrato della nuova generazione, tocca corde conosciute. Paradossalmente Obama attira gli europei per gli stessi motivi per i quali provoca cautela nell’America profonda. Dal canto loro, i giornali tedeschi hanno reagito entuasiasti alla sua prestazione nel Tiergarten, incoronandolo virtualmente 44mo presidente degli Stati Uniti. Tra i pochi a rimanere cauti Josef Joffe, editorialista di Die Zeit, che in varie circostanze in questi giorni ha avvertito di possibili future delusioni. Ha ricordato tra le altre cose che nel suo libro, The Audacity of Hope, Obama scrive a proposito della politica estera americana: "Vi saranno momenti in cui dovremo avere ancora una volta il ruolo riluttante di sceriffo del mondo. Non vedo come ciò possa cambiare, né credo debba cambiare".

  • vanessa21 |

    Per il film bisogna aspettare ma intanto guardate un pò questo backstage!!
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  • Andrea T. |

    Anch’io ho avuto l’impressione che l’atmosfera fosse quella di un “happening”, più che quella di una vera e propria manifestazione politica, quasi che per i partecipanti fosse importante “esserci”, per vedere di persona questo “homo novus” della politica statunitense, ma anche per poter dire “c’ero quando Barack Obama fece il famoso discorso a Berlino”. Il giorno prima e poi il giorno del discorso ho ricevuto alcuni sms di amici (assolutamente apolitici) nei quali ci si dava appuntamento alla Siegesäule semplicemente per “andare a vedere Obama”.
    Per rispondere al lettore che mi ha preceduto nel commento, vorrei ricordargli che Berlino è una città ormai da un secolo legatissima agli USA. Più che come servilismo verso gli USA ho interpretato il “presenzialismo” al Tiergarten come una manifestazione di curiosità e supporto a un possibile cambiamente di corso politico.

  • andrea |

    Vivo a Berlino. Articolo bellissimo, superiore a quelli letti sui giornali tedeschi. Sinceramente trovo strano e un po’ triste un popolo che si gonfia di orgoglio nazionalistico per gli europei di pallone, ma poi si mette in ginocchio davanti a un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Fortuna che la statua della vittoria era girata dalla parte opposta.

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