Il Château Ramezay è un maniero che risale ai primi anni del Settecento. Fu costruito per l’allora governatore di Montréal, Claude de Ramezay (1659-1724). Oggi l’edificio nel centro della città e non lontano dalle rive del San Lorenzo ospita un museo sulla storia del Québec e del Canada.
Tra gli oggetti in mostra c’è anche un dipinto di Benjamin Franklin (1706-1790), tra i più illuminati esponenti americani di quel periodo, e tra gli architetti dell’indipendenza americana. Nel maggio del 1776 venne inviato in Canada dal Congresso continentale di Philadelphia.
L’uomo politico doveva convincere gli abitanti del Québec di ricongiungersi ai rivoluzionari americani. Trascorse 10 giorni a Montréal, negoziando con la sua controparte canadese. Senza successo. Benjamin Franklin giunse alla conclusione, si legge nella didascalia del dipinto, che “sarebbe stato meno costoso acquistare il Canada piuttosto che conquistarlo” con le armi.
Dalla Guerra di Secessione…
L’incredibile diverbio di questi giorni tra Washington e Ottawa giustamente ci sorprende e ci lascia senza parole. Le risposte del premier Mark Carney alle minacce commerciali, e non, del presidente americano Donald Trump ci fanno riflettere, rispetto all’atteggiamento troppo spesso ossequioso di molti paesi europei.
Eppure, negli ultimi due secoli tra Canada e Stati Uniti è spesso corso cattivo sangue. Le considerazioni di Franklin sono rivelatrici di un radicato atteggiamento americano nei confronti del loro vicino, con cui condividono una frontiera lunga quasi 9.000 chilometri.

Al momento dell’indipendenza degli Stati Uniti, i dirigenti americani volevano neutralizzare la presenza inglese in Canada, ritenuta ai tempi una minaccia. Agli occhi di Benjamin Franklin e di altri, il Québec doveva quindi diventare il 14mo stato della nuova confederazione. Tentativi armati si moltiplicarono fino al Trattato di Gand del 1814 che mise fine alla guerra tra il Regno Unito e gli Stati Uniti.
Durante la guerra di secessione (1861-1865), gli inglesi appoggiarono gli stati confederati. Alla fine del conflitto, esponenti politici americani suggerirono l’annessione tout court del Canada quale compensazione dell’appoggio britannico agli Stati del Sud.
Nel suo volume Team of Rivals – The Political Genius of Abraham Lincoln (2005), Doris Kearns Goodwin scrive che l’allora Segretario di Stato William Henry Seward (1801-1872), braccio destro del presidente Lincoln, sperava “di provocare una guerra con l’Inghilterra con l’obiettivo di impadronirsi del Canada”.
…al gold rush
Nel 1867, Washington acquistò l’Alaska dalla Russia anche con l’obiettivo di accerchiare i territori britannici in America del Nord e nella speranza di convincere il Canada ad aderire agli Stati Uniti. Nello stesso anno, Londra concedette alle sue colonie nord-americane un primo livello di autonomia dalla corona inglese, anche per rispondere alle minacce provenienti da Sud.
Da quel momento, le pressioni americane sul suo vicino divennero economiche, non più platealmente militari. Nel 1903 il diverbio riguardò la frontiera marittima tra i due paesi nella provincia della British Columbia, sull’Oceano Pacifico. Washington riuscì ad ottenere un confine più favorevole agli interessi americani – erano gli anni del gold rush.
Nel 1911, sempre gli Stati Uniti tentarono di imporre a Ottawa un accordo di libero scambio, che però fu ritenuto da molti un primo passo verso l’annessione. I canadesi si opposero all’intesa, ed elessero un governo nazionalista, guidato dal conservatore Robert Borden (1854-1937), che abbandonò il tavolo delle trattative (il parallelo con l’attualità è impressionante).
Come in altre circostanze, già messe in luce in precedenti articoli pubblicati da questo blog, molte delle scelte del presidente Trump fanno discutere e sono scioccanti, ma bene o male spesso appartengono al retaggio politico degli Stati Uniti. Se oggi il vicepresidente americano J.D.Vance si azzarda a definire il Canada, non si capisce se per sbaglio o meno, uno “stato” degli Stati Uniti, le ragioni sono anche storiche. La strizzata d’occhio non lascia indifferenti molti elettori.