È trascorso un anno da quando Stati Uniti e Unione europea hanno firmato un sofferto e discusso accordo commerciale nel tentativo di stabilizzare le relazioni economiche. A sorpresa, dati alla mano, l’import-export tra le due rive dell’Atlantico rimane sostenuto. C’è di più. Dall’inizio del 2025, le imprese europee hanno annunciato nuovi investimenti in America per un totale di 242 miliardi di euro.
Ricordo brevemente i termini dell’intesa. Gli Stati Uniti si sono impegnati a imporre ai prodotti europei un dazio massimo del 15%. Di converso gli europei hanno deciso di eliminare le tariffe sui prodotti industriali provenienti da Oltre Atlantico. Nel contempo, le parti stanno negoziando la rimozione di barriere non commerciali.
Molti osservatori hanno considerato l’intesa squilibrata a favore degli Stati Uniti, tanto che il Parlamento europeo ha insistito per introdurre non poche salvaguardie nei due regolamenti che servono ad applicare l’accordo.
In un punto stampa questa settimana, una funzionaria comunitaria ha tratteggiato un quadro positivo, spiegando che l’intesa, pur controversa, “ha permesso di proteggere gli interessi europei e ha rafforzato l’unità tra i Ventisette e con il Parlamento europeo”.
Secondo i dati della Commissione europea, nel 2025 l’interscambio tra i due blocchi è stato di circa 1.800 miliardi di euro, in aumento del 4,5% rispetto all’anno precedente. L’export di merci europee è salito del 3,5% (a 555 miliardi di euro), mentre l’import di merci americane è aumentato del 5,4% (a 356 miliardi di euro).

Il dazio effettivo è salito dall’1 all’8%, secondo la Commissione europea. Concretamente, l’ammontare in valore dei dazi americani è aumentato da sette miliardi nel 2024 a 31 miliardi nel 2025.
Nei servizi, gli Stati Uniti hanno consolidato la loro posizione dominante. L’import europeo è salito dell’8,1% a 522 miliardi di euro. Mentre la vendita di servizi europei oltre Atlantico è rimasta pressoché stabile, in valore.
Le esportazioni europee verso gli Stati Uniti hanno seguito una parabola prevedibile. Sono aumentate prima degli annunci del presidente americano Donald Trump all’inizio dell’anno; sono crollate una volta le decisioni annunciate; si sono riprese quando le parti hanno firmato il sofferto accordo economico.
Anche sul fronte degli investimenti, il rapporto resta dinamico, come peraltro preteso da parte americana. Dall’inizio del 2025 società europee hanno annunciato nuovi investimenti negli Stati Uniti per 242 miliardi di euro. I settori più richiesti sono stati l’energia, l’automobile, la logistica, la salute, l’informatica e il settore chimico.
A proposito di energia, società europee hanno firmato nel solo 2025 contratti di acquisto di gas liquefatto e di altri prodotti energetici per 250 miliardi di dollari. L’accordo dell’anno scorso prevede che entro il 2028 gli europei acquistino in questo settore merce americana per 750 miliardi di dollari.
“Sono fiduciosa che l’obiettivo verrà raggiunto”, ha spiegato la funzionaria comunitaria. Evidentemente, la guerra in Ucraina e poi quella in Iran stanno spingendo gli europei a diversificare gli approvvigionamenti, rivolgendosi agli Stati Uniti.
Nonostante le scelte discutibili dell’amministrazione americana, nonostante il trattamento che il presidente Donald Trump ha riservato in questi anni all’Unione europea, nonostante i molti dubbi sull’indebitamento finanziario del paese, il mercato americano continua ad attirare le aziende europee.
Piacciono il dinamismo dell’economia e, in questa fase, le molte opportunità dell’intelligenza artificiale. Eppure, ragioni per essere sul chi vive non mancano, al di là della deriva democratica del paese.
Il presidente Trump vuole sostituire i dazi reciproci introdotti all’inizio dell’anno scorso e ritenuti illegali dalla Corte Suprema. In ballo c’è la possibilità di nuove tariffe ex Sezione 301 del Trade Act risalente al 1974. I dazi in questo caso verrebbero adottati sulla scia di una indagine che avrebbe segnalato l’uso di lavoro forzato.
Spiegava questa settimana la funzionaria comunitaria: “Qualunque sia la decisione, siamo fiduciosi che il dazio sui prodotti europei rimarrà a un livello massimo del 15% (…) Non siamo eccessivamente preoccupati dal meccanismo legale che potrebbe essere scelto dall’amministrazione americana. È chiaro che non saremmo d’accordo se l’amministrazione dovesse ritenere che i nostri prodotti derivano dal lavoro forzato, ma il nostro obiettivo è di mantenere dazi stabili e prevedibili”.