DUBLINO e CORK – Storicamente, l’Irlanda è stata sempre un paese ai margini dell’Unione europea. Certamente più europeista della Gran Bretagna, ma comunque alla frontiera geografica, politica e anche sociale – si pensi per un attimo alla legislazione contro l’aborto – della grande costruzione comunitaria.
Agli osservatori più attenti la bocciatura da parte irlandese del Trattato di Lisbona, nel 2008, non fu una particolare sorpresa. Dopo il voto, il paese ottenne diverse salvaguardie per poi approvare il testo l’anno successivo.
Fosse solo per la sua posizione geografica, il paese è tendenzialmente attratto dal grande largo. Per decenni l’Irlanda è apparsa più vicina a Boston che a Berlino, per utilizzare l’espressione di Mary Harney (1953-), una ex vice prima ministra.
La situazione oggi è radicalmente diversa. Anzi, sta ulteriormente cambiando di questi tempi. Nei fatti l’Irlanda, nuova presidente di turno dell’Unione europea, sta rivelando una nuova vena europeista.
In un primo tempo, a spostare il baricentro irlandese verso l’Unione europea fu l’uscita della Gran Bretagna dalla UE. In quell’occasione Dublino perse un partner economico e politico di primo piano.
Qualche anno dopo, con lo scoppio della pandemia nel 2020, Dublino si schierò con i paesi del Sud per chiedere debito in comune. Preservare il mercato unico era diventato per l’Irlanda una improvvisa necessità, dopo Brexit.
La stessa nomina dell’irlandese Paschal Donohoe alla presidenza dell’Eurogruppo, sempre nel 2020, sancì il nuovo ruolo del paese nella zona euro.

Improvvisamente, il ritorno dell’imprevedibile Donald Trump alla Casa Bianca sta contribuendo a un ulteriore avvicinamento a Berlino, o meglio a Bruxelles.
Qualche giorno fa l’Irish Fiscal Advisory Council, una agenzia indipendente che monitora l’andamento dei conti pubblici irlandesi, ha avvertito, preoccupata, che nel 2025 le multinazionali straniere hanno versato l’87% del gettito dell’imposta sulle società.
I dipendenti delle prime dieci società per gettito fiscale, ha precisato, percepiscono retribuzioni ben superiori alla media. Nel 2025, il loro reddito medio annuo per posto di lavoro era pari a 119mila euro, più di tre volte superiore alla media nazionale.
Le tensioni transatlantiche stanno rimettendo in discussione le scelte irlandesi. C’è la crescente consapevolezza che l’esposizione alle grandi imprese americane – da Apple a Google – sia un rischio per l’economia nazionale e che l’integrazione europea offra maggiore sicurezza per un paese lontano dal cuore dell’Europa.
Incontrando la stampa bruxellese nei giorni scorsi, la ministra degli Esteri Helen McEntee ha reso omaggio all’America: gli Stati Uniti, ha detto, sono “un importante partner commerciale” e “un paese amico”.
Al tempo stesso, la ministra ha ammesso che qualsiasi tensione economica o commerciale con gli Stati Uniti è fonte di angoscia a Dublino – un delicato banco di prova saranno le eventuali ritorsioni americane contro le imposte digitali europee. In questo contesto, c’è una rinnovata attenzione nel voler rafforzare l’integrazione europea. I segnali in questi ultimi giorni non sono mancati.
Sul fronte militare, il ministro delle Finanze Simon Harris ha spiegato che l’Irlanda, paese storicamente neutrale, sta valutando se approfittare del denaro comunitario e del programma SAFE: “Non siamo immuni dai rischi geopolitici”, ha ammesso. Il paese ha un debito pubblico di appena il 33% del PIL.
Sul versante economico, il governo irlandese ha preso l’impegno di completare la riforma che dovrebbe trasferire la vigilanza dei mercati finanziari dai paesi membri all’ESMA, l’agenzia europea. Potremmo attribuire questa scelta all’impegno di mediatore imparziale che deriva dal ruolo di presidente di turno dell’Unione europea.
In realtà, c’è da parte dell’establishment irlandese la consapevolezza che in un mondo sempre più in subbuglio difendere gelosamente l’indipendenza della piazza finanziaria di Dublino sia ormai miope. Meglio rafforzare la piazza finanziaria europea e ottenere ricadute positive per l’Irlanda e le sue banche.
Ha osservato il premier Micheál Martin: “Abbiamo assunto l’impegno a completare l’unione dei mercati di capitali, malgrado i nostri particolari interessi”.
“In cuor loro – ammette un funzionario irlandese – i governanti di questo paese vorrebbero il migliore dei mondi possibili: preservare il rapporto con gli Stati Uniti e rafforzare l’integrazione europea”. Al tempo stesso, come non vedere nel rinnovato impegno europeo la conferma di un comportamento più cauto nei confronti del partner americano?
Soprattutto per i paesi più piccoli, la presidenza di turno è l’occasione per accrescere il proprio peso politico. Lo abbiamo visto di recente con la Danimarca e soprattutto con Cipro. Per l’Irlanda assume un ruolo particolare. Dovrà servire a rafforzare ulteriormente il legame con il continente in un contesto internazionale terribilmente incerto.
La conferma di un nuovo atteggiamento irlandese viene anche dagli ultimi studi demoscopici. Secondo l’ultimo sondaggio Eurobarometro, pubblicato il 1° luglio scorso, l’81% degli irlandesi ha detto di considerare l’Europa “un porto di stabilità” – la media europea è del 75%. Addirittura, il 78% ritiene che il compito dell’Unione europea di proteggere i cittadini europei dovrebbe diventare “più importante” in futuro – la media europea è del 68%.
Interpellato con una punta di provocazione durante una conferenza stampa a proposito della “relazione speciale” dell’Irlanda con gli Stati Uniti, il ministro per la Ricerca James Lawless ha voluto ricordare che “i monaci irlandesi fondarono monasteri in Europa continentale fin dal VI secolo”. Ha poi aggiunto: “Il rapporto con gli Stati Uniti è molto più recente”.