TBILISI – Di questi giorni, la capitale georgiana rivela sentimenti contrastanti. Le bandiere europee appaiono ovunque. Fluttuano dai palazzi ufficiali, spuntano dai balconi delle abitazioni, sventolano dai finestrini delle auto. Eppure, il governo Kobakhidze ha deciso fin dal 2024 di sospendere le trattative con Bruxelles in vista dell’adesione all’Unione. Come spiegare questa evidente contraddizione? A modo suo, la Georgia è vittima della sua posizione geografica. Si dibatte come pochi altri paesi tra due continenti, due mari e ultimamente anche due guerre.

Le ultime elezioni del 2024 hanno scatenato accuse di brogli contro il partito vincitore, fondato dal miliardario franco-georgiano Bidzina Ivanishvili. Sogno Georgiano è stato confermato alla guida del paese, ottenendo 89 seggi su 150, in un contesto nel quale appena il 60% degli elettori si è recato alle urne. In precedenza, la decisione del governo di introdurre una legge che impone alle organizzazioni non governative di dichiararsi agenti stranieri nel caso ricevano denaro dall’estero aveva già provocato tensioni con Bruxelles e Washington.
Da allora il governo Kobakhidze naviga a vista. A tutta prima la scelta di sospendere le trattative con l’Unione europea ha spinto molti osservatori a ritenere pro-russo l’esecutivo voluto dall’éminence grise del paese, l’oligarca Ivanishvili che si è arricchito principalmente a Mosca durante le privatizzazioni degli anni 90. A Tbilisi, l’interpretazione è più articolata. Afferma Giga Zedania, professore di scienze politiche all’Università statale Ilia: «Francamente, non mi è chiaro se il governo sia un agente della Russia, o piuttosto non punti a una forma di isolazionismo», o di neutralità.
In effetti, la carta russa viene giocata dal governo Kobakhidze con grande cautela. Il rapporto con il grande vicino è ambivalente. A differenza di altre ex repubbliche sovietiche, la Georgia è stata russa fin dai primi anni dell’Ottocento. Ci sono evidenti frequentazioni sociali e culturali, ma tuttora non vi sono relazioni diplomatiche tra i due paesi, interrotte da quando Mosca ha invaso l’Abcasia nel 2008. La Georgia non ha dimenticato di essere stata colonizzata dalla Russia, ma sa anche di essere stata il luogo di villeggiatura dei più grandi letterati russi, da Aleksandr Puškin a Fëdor Dostoevskij.
Lo sventolio delle bandiere europee è ritenuto da parte della società locale un simbolo di opposizione a un governo che di recente ha anche adottato una controversa riforma universitaria, riducendo il numero di studenti, rivedendo la durata del curriculum da quattro a tre anni, e optando per il modello centralista One City – One Faculty. Nel contempo, l’obiettivo dell’adesione alla UE è stato inserito in Costituzione, e la presenza della bandiera sugli edifici pubblici nonché delle tende degli oppositori dinanzi al Parlamento sono l’occasione per sancire una certa distanza da Mosca.
Spiegazioni per questo atteggiamento contraddittorio giungono dalla geografia. La Georgia è uno snodo delicato, un paese di mezzo per riprendere l’espressione cinese, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, tra l’Europa e l’Asia. Da quando poi è scoppiata la guerra in Medio Oriente, è anche tra due conflitti. Quello in Ucraina e quello in Iran. In questo incerto contesto geopolitico, l’isolazionismo diventa un modo per perseguire un equilibrio tra le diverse pressioni in gioco e tentare di smorzare i molti rischi derivanti dalla particolare posizione geografica del paese.
Osserva Ghia Nodia, professore di scienze politiche all’Università statale Ilia a Tbilisi ed ex ministro dell’Istruzione in un governo guidato dal premier pro-occidentale Mikheil Saakashvili: «La società è divisa sulle guerre in corso nel nostro immediato vicinato, e proprio i conflitti sono una arma nelle mani del governo per manipolare gli elettori e giocare con le loro preoccupazioni (…) In questo contesto, il rapporto tra il premier Kobakhidze e l’oligarca Ivanishvili non è dissimile da quello tra il gran pascià e il sultano nell’impero ottomano».

Di recente, l’Unione europea ha deciso di escludere il terminale petrolifero di Kulevi, sul Mar Nero, dalla lista delle nuove sanzioni contro il Cremlino, sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina. Una portavoce della Commissione europea a Bruxelles, Siobhan McGarry, spiegava nei giorni scorsi la decisione sottolineando che il governo georgiano si è impegnato a non avere rapporti con Mosca e a non esportare petrolio russo dall’impianto di Kulevi: «Certo continueremo a monitorare da vicino la situazione», ha aggiunto.
In ultima analisi, il governo georgiano tenta di mantenere il piede in due staffe, stretto fra interessi contradditori e partner ingombranti. Aggiunge il professore Zedania, «l’isolazionismo è anche un modo per la classe dirigente al potere di mantenere il controllo delle risorse del paese, tanto nei confronti di Mosca che di Bruxelles». Malgrado tutto, non passa settimana senza che le vie di Tbilisi siano teatro di manifestazioni contro il governo Kobakhidze e a favore dell’adesione alla UE, manifestazioni meno folte che in passato per via delle repressioni della polizia.