Non fate della Grande Guerra una trincea – 10/03/13

YPRES – Ogni anno a Diksmuide, una piccola cittadina delle Fiandre Occidentali, i nazionalisti fiamminghi organizzano in agosto un raduno per ricordare le battaglie, le sconfitte e la vittoria della Prima guerra mondiale. Diksmuide fu difesa strenuamente contro l'avanzata della fanteria tedesca. Ma questo non è il solo motivo che spinge centinaia di persone a riunirsi in estate nella località a una manciata di chilometri dal Mare del Nord. A un secolo di distanza, nessuno ha dimenticato in Belgio che la questione fiamminga – e l'inizio del progressivo sfilacciamento del Paese – è emersa prepotentemente proprio durante la Grande Guerra.


Mentre
valloni e fiamminghi dibattono quotidianamente delle loro differenze e
delle loro divisioni, le prossime commemorazioni del conflitto sono già
controverse. In un Belgio perennemente sull'orlo della scissione, vera o
presunta, il centenario della Prima guerra mondiale è l'ennesima
occasione per interrogarsi su un Paese nato nel 1830, pur di creare uno
stato-cuscinetto tra la Francia post-napoleonica e suoi grandi vicini
del Nord, l'Inghilterra e la Prussia. Il centenario del conflitto
rafforzerà il flebile sentimento nazionale, o sarà invece il nuovo
segnale di una lenta deriva verso la separazione?
La Grande Guerra ha
lasciato memorie diverse. In Italia, c'è la disfatta di Caporetto; in
Francia la battaglia di Verdun; in Gran Bretagna l'offensiva della
Somme. Lo storico Tony Judt era convinto che vi sono in Belgio,
attraversato per quattro anni da un fronte di 700 chilometri, «più campi
di battaglia, più siti e memoriali di guerre antiche e moderne che in
qualsiasi altro territorio di taglia comparabile». Ypres, una città
totalmente distrutta dai colpi di mortaio dove morirono centomila
persone nel solo novembre 1914, ospita un museo dedicato al conflitto, e
sarà l'anno prossimo il teatro di grandi manifestazioni. Anche in
Belgio, però, i ricordi sono divisi.
Ex governatore della provincia
delle Fiandre Occidentali, Paul Breyne, è membro del partito
democristiano CD&V ed è stato nominato da poco Commissario federale
alle commemorazioni della Prima guerra mondiale. «Ciascuno in questo
Paese ha la propria interpretazione del conflitto – spiega -. Non voglio
che le commemorazioni diventino un problema comunitario». A complicare
le cose è la presenza di una piccola regione germanofona, annessa al
Belgio con il Trattato di Versailles. Possono allora le prossime
manifestazioni rafforzare L'anima belga, titolo di un celebre saggio di
Edmond Picard del 1897? La risposta di Breyne è cauta: «Non è
essenziale».
Molti commentatori hanno visto nella nomina dello
stesso Breyne il tentativo del governo di dare un'immagine nazionale al
centenario. Dal 2009 l'esecutivo regionale fiammingo, che flirta con
l'idea di trasformare il Belgio da federazione a confederazione, sta
cavalcando l'anniversario del conflitto. E non solo perché la regione è
stata il teatro di molte battaglie. La questione fiamminga esplose
durante la guerra, mettendo in luce le differenze tra valloni e
fiamminghi, tra ufficiali di lingua francese e soldati di lingua
olandese. Quante volte, per incomprensioni linguistiche, giovani belgi
andarono inutilmente alla morte?
Poco importa se la guerra indusse
molti fiamminghi a collaborare con l'occupante tedesco, ad Anversa,
Bruges od Ostenda. Oggi questa imbarazzante pagina è volutamente
dimenticata. Si preferisce ricordare che, dopo il conflitto, Re Alberto I
decise importanti riforme istituzionali. Insieme alle misure di
emancipazione sociale che segnarono tutti i Paesi europei dopo la Grande
Guerra, il Belgio optò per l'eguaglianza tra le due lingue, per la
nascita di una università fiamminga a Gand, e in ultima analisi anche
per l'obbligo del fiammingo nelle scuole e degli uffici nel Nord del
Paese.
Geert Bourgeois è oggi il vice primo ministro del governo
fiammingo, esponente del partito nazionalista e indipendentista N-VA.
Ammette con evidente soddisfazione che il suo governo ha colto prima di
altri l'importanza del centenario, ma mette l'accento sulle conseguenze
economiche delle iniziative che le Fiandre sta preparando, più che sui
loro risvolti politici. «Non c'è dubbio che la guerra abbia permesso una
presa di coscienza dell'identità fiamminga. D'altro canto, la Prima
guerra mondiale suscitò l'autodeterminazione dei popoli e provocò la
caduta di molti imperi».
L'uomo politico respinge l'idea di avere
obiettivi politici. Eppure nota che dopo il conflitto nacque nelle
Fiandre il primo partito politico con chiare rivendicazioni identitarie.
Il suo slogan era Alles Voor Vlaanderen – Vlaanderen Voor Kristus
(Tutti per le Fiandre – Le Fiandre per Cristo). Spesso sulle tombe dei
soldati fiamminghi appare l'acronimo AVV-VVK. Tra il 2014 e il 2015,
Bourgeois vuole investire cinque milioni di euro per commemorare
degnamente la guerra. Nel suo ufficio della rue d'Arenberg (o meglio
Arenbergstraat), nel centro di Bruxelles, il vice premier fiammingo sta
lavorando su oltre 40 progetti culturali.
Nel frattempo, mentre il
governo federale tenta di dare un'ottica nazionale alle manifestazioni
dei prossimi anni, la Vallonia cerca di recuperare il ritardo nei
confronti delle Fiandre, organizzando le proprie manifestazioni. «La
situazione è paradossale – nota Axel Tixhon, storico dell'Università di
Namur -. I fiamminghi coltivano la loro immagine all'estero e i loro
sentimenti regionali. I valloni celebrano il Belgio, ma in francese. I
germanofoni, che durante la guerra stavano con la Germania, vivono in
uno stadio di negazione. Per certi versi, le commemorazioni riflettono
indirettamente l'evoluzione del Paese verso una confederazione».
In
questo senso, c'è da chiedersi se l'anniversario della Grande Guerra
possa contribuire ad allentare ulteriormente i legami tra le varie
comunità del Paese. Si dice che Talleyrand fosse sicuro
dell'impossibilità del Paese di sopravvivere: «I belgi? Non dureranno.
Non è una nazione. Duecento protocolli non ne faranno mai una nazione». È
incerto se la citazione sia originale, ma la presunta opinione di
Talleyrand è ormai associata alla storia del Belgio, ed è diventata
paradossalmente una specie di vaccino scaramantico contro forze
indipendentiste troppo radicali, forse anche in occasione del prossimo
centenario della Prima guerra mondiale.