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Presidenziali francesi – Emmanuel Macron gioca la carta dell’europeismo

Mancano sei mesi alle prossime presidenziali francesi, si vota in aprile, ma la campagna elettorale è nei fatti già iniziata. I cinque candidati alle primarie del partito neo-gollista Les Républicains si sono affrontati nell’ultimo fine settimana. Piatto forte è stata la paura dell’immigrazione. Tutti i cinque candidati – tra cui l’ex commissario Michel Barnier – hanno promesso misure per ridurre l’arrivo di migranti, vuoi per lavoro che per studio, introducendo moratorie e altri limiti.

Di tutt’altro spirito è stato l’intervento nei giorni scorsi del ministro delle Finanze Bruno Le Maire, il quale ha approfittato di un passaggio a Bruxelles per incontrare un gruppo di giornalisti – francesi e non – durante una prima colazione. Il suo discorso è stato sorprendentemente europeista per un uomo politico francese che oltretutto ha militato almeno in passato nel partito neo-gollista.

“Senza l’Europa, ci sarebbe stato il tracollo della Francia”, ha affermato d’emblée il ministro, riferendosi alla grave recessione provocata dalla pandemia virale e alla decisione comunitaria di raccogliere denaro sui mercati per finanziare la cassa integrazione prima e la ripresa economica poi. “Il rimbalzo economico è il riflesso del successo europeo (…)  L’Europa si è rivelata la migliore delle protezioni possibili per le nostre Nazioni”.

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Più in generale Bruno Le Maire, 52 anni, si è detto convinto che il capitalismo debba essere rifondato – nello stesso modo in cui cambiò radicalmente alla fine dell’Ottocento con la nascita dello stato sociale o a metà Novecento con l’adozione dell’economia sociale di mercato. Spetta all’Unione europea creare una nuova forma di capitalismo, capace di ridurre le gravi ineguaglianze sociali e fondata su un nuovo ruolo delle istituzioni comunitarie.

Il modello – ha spiegato – è il Fondo per la Ripresa e soprattutto lo strumento SURE (l’acronimo sta per Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) il quale prevede prestiti della Commissione europea agli Stati membri per finanziare la previdenza. A disposizione in questo momento sono 100 miliardi di euro (di cui oltre 27 miliardi di euro sono andati all’Italia). Curiosamente, la Francia pur avendo proposto lo strumento non ne ha fatto uso.

L’intervento del ministro, braccio destro del presidente Emmanuel Macron, è stato inatteso. È facile ricordare che la Francia ha spesso il desiderio di modellare l’Europa a sua immagine e somiglianza. È facile anche notare come il paese, più di prima, abbia bisogno di sostegno europeo (il suo debito sfiora ormai il 115% del prodotto interno lordo). Fatto sta però che l’establishment al governo ha deciso di giocare la carta europea. Perché?

Credo vi siano almeno tre ragioni. La prima è che molti in Francia sono ormai consapevoli sia dell’impossibilità per il paese di giocare ad armi pari con la Cina o gli Stati Uniti sia del crescente divario con la Germania. Più di prima, l’integrazione europea permette di smussare, se non di ridurre, le differenze tra i due paesi.

La seconda ragione è legata al prossimo voto presidenziale. Apparire esplicitamente europeisti è l’unico modo per distinguersi chiaramente dagli oppositori, di sinistra o di destra. Gli euroscettici di varia natura rappresentano ormai il 44% delle intenzioni di voto (Marine Le Pen ha il 18%, Eric Zemmour il 14, Jean-Luc Mélenchon il 9, Nicolas Dupont-Aignan il 3%). Il più popolare per ora dei neo-gollisti è Xavier Bertrand che raccoglierebbe il 12% dei suffragi, mentre Emmanuel Macron ottiene il 25% delle preferenze (*).

Piuttosto che tentare di flirtare ai margini con i partiti euroscettici, il governo macronista vuole offrire una alternativa chiara all’elettorato francese, enfatizzando nel caso il ruolo dell’Europa nella ripresa economica del paese.

Il terzo motivo è legato alla congiuntura istituzionale. Dal prossimo primo gennaio, la Francia assumerà la presidenza di turno dell’Unione europea. Sarà chiamata a presiedere riunioni ministeriali, gestire un vertice europeo dedicato alla difesa, collaborare con il Consiglio e la Commissione nell’affrontare eventuali nuove crisi internazionali.

Tanto vale in questo frangente scegliere chiaramente il proprio campo piuttosto che rischiare la confusione o peggio le contraddizioni. La scelta è coraggiosa in un paese come la Francia dove il nazionalismo, declinato secondo le sue numerose gradazioni, è un tradizionale tema di campagna elettorale.

La strategia pagherà? È plausibile, grazie anche al voto a due turni che di solito premia la continuità e la tradizione piuttosto che la novità e l’estremismo. Resta da capire la natura esatta dell’europeismo di Emmanuel Macron. La pandemia ne ha offuscato in parte i reali contorni. La prossima legislatura francese ne sarà il vero banco di prova.

(Nella foto d’archivio tratta da Internet, il ministro Bruno Le Maire, 52 anni, e a destra il presidente Emmanuel Macron, 43 anni)

(*) Sondaggio Odoxa del 5-8 novembre scorso

  • carl |

    Mah? Non so se il post è andato a buon fine e lo rispedisco.

    In Francia (e non solo) sulla padella elettorale o nella pentola a pressione della transizione energetica c’è anche il nucleare (civile).
    Eppoi non c’è soltanto il cosiddetto “capitalismo” da rifondare, rimodellare, rielaborare e via dicendo e facendo, ma anche lo stile di vita cittadino.

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