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Gli aiuti di Stato al tempo del Coronavirus (con dati aggiornati al 28 aprile)- Un rischio per l’Italia?

Mentre l’establishment italiano rincorre i corona bonds, alimentando un dibattito pubblico spesso manicheo, una altra partita si sta giocando in Europa, dai risvolti assai più concreti. Tra le misure che la Commissione europea ha autorizzato negli scorsi giorni per far fronte al terribile shock economico provocato dalla pandemia influenzale vi è anche una parziale liberalizzazione nell’applicazione delle regole sugli aiuti di Stato.

s3nhipsqLa decisione della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, che non fa differenze tra i paesi, permette a un governo di sussidiare imprese, rinviare pagamenti delle imposte, aiutare le aziende con iniezioni di liquidità, concedere crediti all’export. L’esecutivo comunitario ha messo a punto un quadro di riferimento che gli permette di autorizzare in brevissimo tempo i progetti presentati dai paesi membri.

Chi ha memoria si ricorderà che la stessa decisione, anche se in un ambito più ristretto, fu presa nel 2008, sulla scia della crisi finanziaria provocata dal drammatico fallimento di Lehman Brothers. Ai tempi, Bruxelles permise ai paesi membri di sostenere il settore creditizio. La Germania si adoperò, iniettando denaro pubblico nelle proprie banche, mentre l’Italia era convinta che i suoi istituti di credito fossero al riparo dalle conseguenze più nefaste dello sconquasso finanziario.

Quando scoppiò la crisi debitoria qualche mese dopo, il regime straordinario era stato sospeso ed erano tornate in vigore le normali regole sugli aiuti di Stato. L’establishment italiano non poté agire con la stessa libertà per aiutare le proprie banche, oberate di titoli italiani. Ancora oggi, alla vicenda, una parte della classe dirigente nazionale dà una interpretazione complottistica e vittimistica. E’ chiaro quindi quanto la situazione di oggi possa essere significativa.

La revisione in senso più liberale dell’applicazione delle regole sugli aiuti di stato mette in sordina per qualche tempo – vista la straordinaria situazione economica e sanitaria – l’obiettivo comunitario di garantire parità di accesso al mercato. Inevitabilmente, sancirà un cambio nei rapporti di forza competitiva. Vi è la possibilità per i paesi più ricchi e soprattutto più efficienti di emergere potenzialmente più forti e più influenti.

Secondo i dati pubblicati finora dalla Commissione europea, Bruxelles ha ricevuto da Berlino e autorizzato la Germania a introdurre un pacchetto di misure che prevede regimi di garanzia per prestiti a imprese di tutte le dimensioni in modo da coprire esigenze di liquidità, a cui si aggiungono misure di garanzie sui prestiti societari a condizioni favorevoli attraverso sia le autorità federali che quelle regionali, così come aiuti diretti alle aziende, prestiti rimborsabili, e vantaggi fiscali. La manovra tedesca ha un valore di circa 55 miliardi di euro (in fondo a questo articolo vi è un aggiornamento preciso delle autorizzazioni concesse).

Viceversa, il governo italiano ha presentato e ottenuto autorizzazioni per 50 milioni di euro di aiuti alle aziende che producono materiale medico (mascherine e tute) così come il benestare per una moratoria sui pagamenti bancari di imprese e famiglie della durata di 18 mesi, del valore di circa 1,7 miliardi di euro.

In effetti, non si tratta solo di annunciare i provvedimenti e magari di farli approvare in Parlamento, bisogna anche presentare domanda all’esecutivo comunitario. Il fattore tempo non è banale. Chi applica con velocità le misure comunitarie ha una lunghezza d’anticipo nel gestire la crisi e possibilmente anche il post-crisi.

In questa corsa, dobbiamo chiederci quanto l’Italia rischi di pagare il prezzo di una amministrazione sfilacciata, di una classe politica litigiosa e di un clientelismo imperante. Sarebbe necessaria una strategia chiara, un quadro di riferimento preciso, una lista delle priorità. Il rischio invece è che la classe politica distribuisca il denaro a pioggia, favorendo le clientele e le lobbies più influenti o ritenute tali, piuttosto che perseguendo l’interesse generale.

Se così fosse, il paese rischia di uscirne indebolito, e possibilmente più euroscettico di quanto sia già ora.

PS: Aggiornamento dei dati al 28 aprile 2020.

Secondo una portavoce comunitaria, finora la Commissione europea ha preso 90 decisioni relative ad aiuti di Stato, approvando in tutto 119 misure nazionali per un totale di 1.900 miliardi di euro. A conferma delle prime impressioni, il 52% dell’ammontare approvato è tedesco. Francia e Italia rappresentano appena il 17% del totale rispettivamente.

(Nella foto, tratta da Internet, la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, 51 anni)

  • carl |

    Per quel che possa valere il mio commento direi che va preso atto che (allo stato delle cose/dei lavori) l’U.E. non è nè una Federazione come gli USA, nè una Confederazione come la Svizzera… Ragion per cui bisogna sia contentarsi, ma anche rallegrarsi, del fatto che sia stata decisa una parziale liberalizzazione degli aiuti di Stato che i Paesi membri che possono erogare (sussidi, fare iniezioni di liquidità ecc.) alle proprie società ed economie. Decisioni aventi qualche analogia con quelle della crisi 2007/8 di cui ricordo ancora la battuta: “Le nostre banche (italiane) non parlano “inglese”…” Mentre invece…
    Quanto alla rapida autorizzazione da parte della UE ai progetti presentati dai vari Paesi membri, purtroppo l’Italia brilla per il ritardo nel presentare progetti.. Il che, spesso, ha implicato la perdita dei relativi fondi comunitari…
    Infine non essendo nè gli USA nè la CH è assai difficile che avvenga il “lancio” dei mitizzati eurobond.. Mentre invece potrebbe avere più chances un inizio di eurowelfare (sul piano sanitario già esiste una certà mutualità). Si potrebbe mirare a qualcosa di comune per l’assicurazione di un plafond (inizialmente minimo) sia
    a) dei depositi bancari..?
    b)dei sussidi di disoccupazione..?
    c)di un reddito sociale..?

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