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Roma, Varsavia, La Valletta, Londra – Quando Bruxelles si impone e l’Unione ha la meglio sul nazionalismo

Si avvicina rapidamente la fine del mandato della Commissione Juncker e nel 2019 vi sarà modo di fare una analisi compiuta degli ultimi cinque anni di politica comunitaria, anche in occasione del rinnovo del Parlamento europeo. Nell’ultimo articolo dell’anno per questo blog, darò una prima valutazione, approfittando delle ultime vicende politiche. In più di una occasione, la Commissione europea è riuscita a imporre la sua volontà sui paesi membri più riottosi, a dimostrazione che la sua autorità non è presa sottogamba e che a nessuno in fin dei conti conviene aprire un fronte con Bruxelles o peggio flirtare con l’uscita dall’Unione. Qui di seguito alcuni esempi.

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Il governo Conte aveva presentato platealmente in ottobre un bilancio in aperta violazione del Patto di Stabilità. Dopo due mesi di tira-e-molla, ha dovuto rivedere radicalmente i suoi obiettivi, su pressione della Commissione. Il deficit nominale per il 2019 passa dal 2,4 al 2,04% del prodotto interno lordo. Le misure simbolo della maggioranza al potere – riforma pensionistica e reddito di cittadinanza – sono state rinviate e annacquate. Molti temono che gli impegni presi saranno disattesi, ma nel frattempo Roma ha dovuto piegarsi a Bruxelles.

Il governo polacco è alle prese con una procedura ex articolo 7 dei Trattati per violazione dello stato di diritto. Una legge in particolare, di riforma della Corte suprema che prevedeva il pensionamento anticipato di molti magistrati, è stata attaccata in giudizio dalla Commissione. La Corte europea di Giustizia ha dato ragione a Bruxelles, tanto che Varsavia ha dovuto emendare seppur leggermente la legge pur di evitare di peggiorare il confronto con la magistratura comunitaria. Il braccio di ferro sul futuro dello stato di diritto nel paese continua, ma la Commissione si è certamente fatta valere su un aspetto delicato.

Il governo maltese ha appena annunciato una riforma della costituzione del paese dopo che sia la Commissione europea che il Consiglio d’Europa hanno messo l’accento sulle debolezze del quadro istitituzionale, sottolineando l’eccessivo potere del primo ministro e l’indipendenza relativa del potere giudiziario. Anche a Malta si teme per lo stato di diritto, dopo l’assassinio di una giornalista, Daphne Caruana Galizia, e le vicende di riciclaggio di denaro sporco che hanno coinvolto alcune banche. Nulla è ancora giocato, ma il gesto del governo non è banale.

Sul fronte britannico, la Commissione è stata strumentale nel garantire l’unità dei Ventisette nelle trattative con Londra sull’uscita del Regno Unito dall’Unione. Il capo-negoziatore Michel Barnier è stato fermo nel difendere gli interessi dei paesi membri, in particolare nell’assicurare l’integrità del mercato unico e i diritti dei cittadini comunitari. I Ventisette hanno anche rifiutato di rivedere l’accordo di recesso, come chiesto dalla premier Theresa May, pur di evitare di riaprire pericolosamente l’intesa di divorzio. Anche in questo caso, la partita non è terminata, ma Bruxelles ha finora difeso egregiamente il punto.

Più discutibili sono i successi della Commissione europea nel gestire i rapporti con la Cina e gli Stati Uniti. Nei due casi, Bruxelles deve fare i conti con le divisioni tra i Ventisette. Ciò detto, l’esecutivo comunitario sta lottando con le unghie e con i denti per difendere gli interessi commerciali europei sia nei confronti di Washington che rispetto a Pechino. Maneggia sanzioni e dazi pur di ottenere concorrenza leale e regole certe. Non è facile, ma lentamente i due paesi si stanno rendendo conto che l’Unione europea, malgrado le sue tensioni interne, è un protagonista delle relazioni economiche difficile da ignorare.

Sappiamo che con l’Ungheria, dove lo stato di diritto è a rischio, Bruxelles non è ancora riuscita a farsi valere, anche se le recenti manifestazioni contro una riforma del diritto del lavoro potrebbero segnare l’inizio della fine dell’era del premier Viktor Orbán. Intanto, Roma, Varsavia, La Valletta e Londra sono quattro casi nei quali la Commissione europea ha dimostrato di contare; nei quali l’appartenenza all’Unione ha avuto la meglio su un atteggiamento nazionalista e unilaterale; nei quali la paura dell’isolamento ha indotto o sta inducendo di rientrare nei ranghi. Paradossalmente, l’Europa viene criticata spesso, ma sembra che non se ne possa fare a meno. Nonostante molte incertezze e molti dubbi, gli ultimi avvenimenti del 2018 sono un buon viatico per il 2019.

A tutti i lettori molti auguri di fine anno.

(Nella foto, il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, 64 anni)

NB: Dal fronte di Bruxelles (ex GermaniE) is also on Facebook

 

  • Alessio Pinna |

    Temo che farsi valere, e affermare la propria autorità non siano esattamente sinonimi. Riesaminiamo i vari casi. In Italia la commissione ha costretto il governo a ridurre il deficit. Va bene, personalmente la ritengo anche una cosa positiva. Ma nel far ciò ha aumentato l’insofferenza italiana verso l’europa, dando ampia sponda al ministro Salvini nel minacciare che con le prossime euroelezioni si spazzerà via la tecnoburocrazia di Bruxelles.
    In Varsavia, le modifiche alla nuova norma sembrano solo cosmetiche…. mentre le manifestazioni patriottiche recenti la dicono lunga su come i polacchi si sentono ancora di più polacchi, e meno europei.
    A Londra, l’atteggiamento di totale chiusura dell’Eu ha distrutto quello che sembrava l’vvio piano May: una brexit di forma, ampiamente controllata, con mantenimento del mercato unico e magari di parti della libera circolazione di persone. Adesso, invece, una brexit dura sembra il caso più probabile, i 40mld di sterline che la May era già pronta a cedere sono in dubbio (soldi, e non pochi) e Dublino, bellicosissima fino a poco tempo fa, ora si lamenta del disastro che sarebbe per lei la brexit dura. E non a caso, l’UK ha un grosso deficit commerciale con l’UE.
    sul caso Malta non ne so niente così non mi pronuncio, ma citerò l’Ungheria per ricordare che l’antieuropeismo sembra tirare sempre di più ai seggi, in tutta europa e ancor di più in euroap dell’est.
    A fronte di tutto questo, come si fa a sostenere che ci sia alcunché di positivo nell’operato della commissione? Si è imposta perché ha forza…. per ora. Ma ha pagato duramente il prezzo in termini di consenso popolare, che già scarseggiava. La Merkel sta cedendo, sia pure lentamente, Macron è in caduta libera, l’Italia ha Salvini, la Grecia non ne parliamo, l’europa dell’est pure, l’UK se ne sta andando…. ma chi ci crede ancora al progetto Europeo? Quell’ubriacone di Juncker? Lo zeitgeist sta cambiando, e a Bruxelles non l’hanno capito. Qui finirà male.

  • carl |

    Mah..? Rimango convinto che sarà l’esito delle future (ma sempre più prossime) euro-elezioni del maggio p.v. a stabilire quale sarà positivamente o negativamente (o chissà un esito “pari”…? Cioè che lasci le cose immutate..)il futuro dell’U.E…
    Tralasciando, ovviamente, la pur sempre possibile influenza/ingerenza di improvvisi fattori destabilizzanti esterni, o apparentemente tali.. Destabilizzanti in senso negativo.. Perchè, francamente, di possibili fattori positivi e stabilizzanti, interni o esterni, allo stato delle cose non ne intuisco, nè percepisco, la benchè minima possibilità/probabilità. Ricambiando l’augurio di fine anno, esprimo comunque (Mattarellanamente) l’auspicio di un miglior 2019 o che sia almeno passabile…:o)

  • enrico mayrhofer |

    Ottima analisi e concordo su tutto, ma non sul paragrafo che riguarda l’Ungheria. Orban è sempre molto forte (non credo ci siano partiti che hanno più del 50% dei voti in Europa). Più che la Commissione dovrebbe essere il partito di De Gasperi e Schuman ad allontanarlo….

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