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Cause, lezioni e conseguenze della lunga crisi greca – 06/07/15

Ora che i greci hanno votato, respingendo secondo i primi risultati l’accordo proposto dai creditori internazionali alla fine di giugno, i paesi dell’unione monetaria dovranno inevitabilmente fare un esame di coscienza sullo sconquasso greco. Prima di tutto, sarà necessario capire perché la crisi in Grecia è giunta fino al parossismo di ieri sera. In secondo luogo, i partner della zona euro dovranno chiedersi se e come modificare un assetto istituzionale che ha mostrato i suoi limiti.  In queste settimane, il dibattito è stato a senso unico. Per alcuni, gli errori sono stati solo della Troika. Per altri, solo della Grecia. Più giusto è ammettere che errori sono stati compiuti su entrambi i fronti. I memorandum negoziati tra Atene e Bruxelles nel 2010 e poi nel 2011 potevano essere migliori, ma avevano due risvolti: risanamento finanziario e riforme economiche. Se i due programmi economici hanno fallito è perché sono stati applicati a metà: non è stata fatta quella modernizzazione dell’economia che avrebbe forse compensato o giustificato i tagli alla spesa. La Grecia non ha sufficientemente liberalizzato l’economia, lottato contro l’evasione fiscale, scalfito le corporazioni, combattuto il clientelismo. Si è limitata colpevolmente a raggiungere severi obiettivi di bilancio, riducendo salari, pensioni e funzionari. Dal canto loro, quando hanno capito che sulle riforme non vi erano progressi, i creditori – rappresentati dalla Banca centrale europea, dal Fondo monetario internazionale e dalla Commissione europea – si sono incaponiti sul risanamento. Notava sconsolato ieri sera un alto responsabile comunitario: “L’Europa interviene sui saldi perché deve rispettare la sovranità nazionale (…) Indica obiettivi, ma lascia libertà di azione a livello locale”. In questo senso, il caso greco mostra come l’attuale assetto confederale della zona euro abbia raggiunto i limiti nella gestione della crisi greca, e probabilmente nella gestione della più ampia crisi europea, meno grave di quella che colpisce la Grecia, ma altrettanto minacciosa. Solo un volano federale europeo potrà consentire un rilancio dell’economia; la lotta alla disoccupazione; e in ultima analisi il contrasto agli estremismi politici. Più in generale, anche alla luce del referendum greco di ieri, è emerso chiaramente che lo spazio della democrazia, rimasto in questi anni nazionale nonostante l’aumento dell’integrazione tra i 19 paesi membri della zona euro, non è più coerente con le decisioni di politica economica, ormai prese a un livello soprannazionale. Questa dicotomia ha provocato uno strappo in Grecia, ma potrebbe minacciare altri stati membri nei prossimi anni. Da oggi, i paesi della zona euro dovranno riflettere su come rafforzare l’integrazione e ridurre la forbice tra democrazia nazionale e politiche europee. La crisi greca dovrebbe incitare ad andare in questa direzione, senonché ha anche provocato tra i paesi della zona euro una sfiducia reciproca e un ripiego nazionale che renderanno la strada ardua.