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L’identità in un Castello di libri – 15/02/15

Cicerone diceva che a un uomo basta un giardino e una biblioteca per essere felice. Di questi tempi, le biblioteche sono portatili, nascoste nei meandri di un chip microscopico e lette su uno scherma ultrapiatto. Mentre la digitalizzazione della cultura è un fenomeno che sta segnando il mondo occidentale, vi è un Paese, la Lettonia, che ha appena costruito una nuova biblioteca. Gli obiettivi di un progetto che alcuni rischiano di considerare anacronistico sono culturali, ma anche politici in uno stato che conta un terzo di russofoni e considera la Russia una minaccia.Situata sulle rive ghiacciate del fiume Daugava, nel centro di Riga, la nuova Latvijas Nacionala Biblioteka è stata disegnata da Gunnar Birkerts, un architetto americano di origine lettone. Il Castello di Luce, come viene chiamato in Lettonia, è un grande edificio di tredici piani a forma di piramide, dal tetto di vetro e dalle pareti in legno. In gennaio, tra le nuvole basse cariche di neve, non sfigurava accanto ai palazzi jugendstil della capitale lettone, costruiti all’inizio del Novecento dall’architetto Mikhail Eisenstein, padre del regista Sergei Eisenstein.

Un terzo delle case costruite nel centro città tra il 1901 e il 1911 si ispirava all’Art nouveau. Ai tempi, altre città seguivano lo stesso sviluppo: nascevano quartieri simili a Berlino (il Grünewald) o a Budapest (il Rosenhügel, oggi il Rózsadomb). D’altro canto, Riga è una delle capitali della cultura europea, e non solo della musica e del canto, passioni popolari. In quindici anni, all’inizio del Novecento, il numero di abitanti raddoppiò; la capitale lettone diventò la terza città della Russia degli zar dopo Mosca e San Pietroburgo, nota per la sua tolleranza quanto Amsterdam.

Dace Melbarde ha una esperienza eclettica. Prima di diventare ministro della Cultura di un governo che ha appena assunto la presidenza dell’Unione europea, ha lavorato per il British Council e l’Unesco. «La missione della nuova biblioteca – spiega – è di promuovere l’uso libero e inventivo dell’eredità culturale e scientifica della Lettonia, in modo da sostenere l’istruzione, la ricerca, lo sviluppo delle conoscenze, la qualità della vita». L’iniziativa è il tentativo della Lettonia di coltivare i propri scrittori, da Janis Rainis ad Anna Brigadere. Ma c’è di più. Il desiderio del governo è anche di usare la Latvijas Nacionala Biblioteka per affermare, e difendere, la cultura lettone in un Paese dove i russofoni sono oltre un terzo della popolazione. Nel 1920, la Lettonia ottenne l’indipendenza dopo sette secoli di dominazione dei cavalieri teutonici, i feudatari prussiani, nobili svedesi, polacchi, lituani e russi. In un libro di viaggio (Anime baltiche, Iperborea, 2014), Jan Brokken racconta che «il risveglio della coscienza nazionale rasentò l’euforia: i lettoni iniziarono a parlare e a leggere in lettone». La storia, per certi versi, si sta ripetendo.

Grazie a un programma finanziato in parte dalla Bill & Melinda Gates Foundation e chiamato “Il terzo figlio del padre”, dal titolo di una leggenda locale, la Lettonia vuole oggi inanzitutto promuovere nelle biblioteche l’informatica e la socializzazione. «Sono luoghi che rappresentano una parte integrante della cultura lettone», dice Dagnija Grinfelde, consigliere del ministero della Cultura a Riga. La nuova Latvijas Nacionala Biblioteka è la degna erede della Biblioteca Rigensis, che fondata nel 1524 fu una delle prime del suo genere, aperte al pubblico in Europa.

Le cifre sono fredde, ma hanno il merito della chiarezza. La Lettonia conta 1.751 biblioteche (una per ogni 1.245 abitanti). Secondo i sondaggi, un terzo della popolazione si reca in una biblioteca almeno una volta all’anno (la media, in Europa, è di un quinto). «Per noi, è un luogo per socializzare, soprattutto nelle aree più rurali e isolate del Paese», spiega Janis Berzins, portavoce del governo lettone. Forse anche il clima rigido e le radici tedesche spiegano questa tendenza, e il fatto che si legga più in Lettonia che in media nell’Unione europea.

L’idea del governo è di utilizzare le biblioteche per organizzare mostre, conferenze, tavole rotonde e soprattutto mettere a disposizione gratuitamente computer e stampanti. Le 874 biblioteche pubbliche sono state dotate di quattromila postazioni informatiche. Già nel primo dopoguerra, strappata l’indipendenza dall’impero russo, la Lettonia aveva fatto dell’istruzione un suo cavallo di battaglia. Nel 1935, c’erano nel Paese trentuno studenti universitari ogni diecimila abitanti, contro i ventuno della Francia e i sedici della Gran Bretagna. Nel gennaio dell’anno scorso, il governo ha voluto che la stessa popolazione di Riga partecipasse al trasferimento dei volumi dalle otto biblioteche della città alla nuova Latvijas Nacionala Biblioteka. Fu creata una catena umana, simile nei fatti a quella di seicento chilometri che fu ideata attraverso le Repubbliche baltiche nel 1989 mentre Lettonia, Estonia e Lituania dimostravano per riottenere l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Il parallelo non è banale; rivela le motivazioni politiche del nuovo Castello di Luce, sulle rive della Daugava.

Il nuovo edificio di Birkerts è anche un modo per riaffermare la cultura lettone in un Paese etnicamente vario e insolito. La società è composta da una maggioranza di lettoni, ma i russi sono il 26%, i bielorussi quasi il 4%, gli ucraini e i polacchi oltre il 2%. Vi è poi un gruppo di cittadini, pari al 13% della popolazione, che non ha alcuna nazionalità. Sono ex cittadini dell’Unione Sovietica che non hanno voluto prendere né il passaporto russo, né quello lettone, nonostante le facilitazioni introdotte nella legislazione, anche recentemente. A rappresentarli è Elizabete Krivcova, una giovane avvocata, incontrata in un caffè a pochi passi dal Teatro dell’Opera di Riga. «Vi è in questo Paese – spiega – una Leitkultur, una cultura dominante lettone, che segna l’integrazione nella società nazionale. Nella vita di tutti i giorni il rapporto fra le varie comunità è tranquillo, ma a livello politico il contrasto è evidente. La cultura lettone domina nelle scuole, anche se l’insegnamento delle altre lingue è garantito, e gode della maggioranza dei finanziamenti. Quando chiediamo più denaro, la risposta è: “Chiedete ai russi!”».

La replica, se vera, è sorprendente. Nils Usakovs è certo il primo sindaco di Riga di origine russa, ma è anche vero che come negli altri Paesi baltici la Russia è vista come una minaccia all’integrità degli ex satelliti, soprattutto dopo che all’Ucraina Mosca ha strappato la Crimea. In questo contesto, è lecito interrogarsi sulla politica culturale lettone. La signora Krivcova dubita che le biblioteche possano veramente contrastare la cultura russa, assai più fiorente e dinamica di quella lettone. Senza dimenticare che il nazionalismo, anche quello culturale, può avere effetti nefasti.

B.R.