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Dal museo dei genocidi di Vilnius una piccola analisi della politica estera lituana

Ogni presidenza semestrale dell'Unione ha le proprie caratteristiche, legate tra le altre cose agli interessi nazionali dello stato membro. Quella cipriota (luglio-dicembre 2012) è stata segnata dalla crisi debitoria; quella irlandese (gennaio-giugno 2013) dalle regole finanziarie e dal mercato unico; quella lituana, appena iniziata, volgerà lo sguardo verso i problemi energetici (il paese dipende dalla Russia per il 100% dei suoi approvigionamenti in gas) e i rapporti con l'Est Europa. Incontrando un gruppo di giornalisti bruxellesi nei giorni scorsi, il presidente lituano Dalia Grybauskaité ha elencato i suoi obiettivi.

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Vuole che l'unione firmi al più presto un accordo di associazione con l'Ucraina, purché si trovino rapidamente soluzioni ai rimanenti ostacoli politici e giuridici legati al caso dell'ex premier Yulia Tymoshenko; nel contempo vuole che si aprano trattative con la Moldovia, la Georgia e l'Armenia, con l'obiettivo di firmare accordi simili. Dietro alla strategia lituana c'è il desiderio di riappaciare la regione, evitare di avere sul fianco orientale e meridionale vicini poco democratici, troppo aggressivi. D'altro canto, la storia del piccolo paese baltico è un susseguirsi di guerre, rivoluzioni e dominazioni. Il paese è stato di volta in volta polacco, russo e tedesco. L'indipendenza strappata nel 1918, dopo la sconfitta tedesca nella Grande Guerra, dura solo qualche anno. Il paese torna sotto la dominazione sovietica nel 1940, prima di essere occupato dalla Wehrmacht fino alla fine del conflitto. Tornate dopo la sconfitta nazista, le truppe sovietiche lasceranno il paese solo nel 1993, all'indomani della caduta del Muro. Per capire i sentimenti lituani nei confronti dei loro vicini, e per molti versi la stessa strategia europea del paese baltico, è rivelatrice una visita al Museo delle vittime dei genocidi di Vilnius. Tra i musei di questo tipo visitati in Germania o in Polonia, questo mi è parso tra i più crudi e realistici.


L'esposizione permanente ha sede in un vecchio palazzo in stile guglielmino della fine dell'Ottocento, costruito per ospitare un tribunale. Prima di diventare una prigione nazista e poi sovietica, l'edificio è stato anche una scuola e un ufficio pubblico. Tra il 1940 e il 1941 è occupato dal NKVD sovietico, dal 1941 al 1944 dalla Gestapo nazista, e di nuovo fino al 1991 dal KGB sovietico. La mostra su tre piani riserva grande spazio ai metodi cruenti della polizia nell'interrogare gli oppositori del regime. Due gli aspetti che saltano agli occhi. Il primo naturalmente è lo scantinato che ospita una ventina di celle disposte sui due lati di uno stretto corridoio rimaste più o meno inalterate da quando il KGB ha lasciato i luoghi vent'anni fa. Una delle prime stanze è di 0,6 metri quadrati e accoglieva il prigioniero appena arrivato e in attesa del primo interrogatorio. In un primo tempo era costretto a rimanere in piedi per ore, poi successivamente la cella è stata attrezzata con un piccolo strapuntino. C'è anche la cella delle torture, e quella delle esecuzioni. Il secondo aspetto è più politico. La mostra riserva tanto spazio alle ingiustizie delle dominazioni tedesca e russa quanto al coraggio della resistenza lituana. E' forte il sentimento di orgoglio nazionale, il desiderio di ribadire che l'indipendenza lituana è stata il risultato di un lungo e faticoso cammino. Non sorprende a questo punto il tentativo del paese di integrare progressivamente i suoi vicini nella grande Unione Europea, anche se la Lituania gode dell'ombrello della NATO fin dal 2004. Al tempo stesso, c'è da chiedersi quanto il paese sia pronto ad abbandonare la sua nuova indipendenza nel processo di integrazione europea. Vuole aderire alla zona euro nel 2015, ma ha enormi dubbi, per esempio, se partecipare fin da subito all'unione bancaria. Nei prossimi mesi e anni, la Lituania rischia di essere combattuta tra la necessità di perseguire l'integrazione europea e il timore di perdere la sovranità nazionale.

 

(Nella foto, effettuata con il telefono cellulare, una statua in stile sovietico sul Ponte Verde di Vilnius. Costruito la prima volta nel 1536, scavalca il fiume Neris. Ricostruito nel 1952, portava allora il nome del generale Ivan Chernyakhovsky, due volte eroe dell'Unione Sovietica, nato nel 1906 e morto nel 1945 nei pressi di Königsberg, ora Kaliningrad, all'età di 39 anni)

NB: Dal fronte di Bruxelles (ex GermaniE) è anche su Facebook

  • laura |

    in 1991 lituania si e liberata

  • Luca De Angelis |

    Buongiorno,
    ho letto con piacere il suo articolo, finalmente sensato e informato, sulla Lituania e le sue prospettive di politica estera. Le ricordo che la Lituania, unitamente alla Polonia, sta cercando di impegnare i paesi UE in una dichiarazione ( a mio avviso corretta e storicamente provata) sull’equiparazione dei crimini comunisti a quelli nazisti. Tra i paesi che “nun ce vonno senti’ “purtroppo l’Italia e’ protagonista.
    Ps risiedo a Vilnius dal marzo 1992.

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