Torna agli stati nazionali la politica estera europea – 29/05/13

BRUXELLES – Ancora una volta gli avvenimenti in Nord Africa e nel Medio Oriente hanno messo a repentaglio l'unità europea in politica estera. Dopo 12 ore di trattative, i 27 paesi dell'Unione hanno deciso nei fatti di levare l'embargo di armi alla Siria con un compromesso del l'ultimo minuto. Non è un caso se la spaccatura sulla vicenda siriana coincide con divisioni anche sull'idea di imporre dazi commerciali alla Cina: la politica estera europea è vittima degli interessi nazionali accuiti dalla crisi economica.


«Una posizione europea più unita sulla questione dell'embargo alle armi
sarebbe stata meglio – ha commentato il capogruppo liberale al
Parlamento europeo Guy Verhofstadt -. L'Unione ha abdicato alle sue
responsabilità, affidandole agli stati membri». Al di là di un'analisi
sul merito, la vicenda ha mostrato l'ennesima spaccatura. Gli ultimi
eventi internazionali sono stati l'occasione per dei sonderwege
nazionali, dei percorsi nazionali: dall'intervento in Mali nel 2013 alla
guerra in Libia nel 2011.
La richiesta di Francia e Gran Bretagna di levare l'embargo pur di
aiutare i ribelli contro il regime di Bashar el-Assad ha spaccato il
fronte europeo. Dopo lunghe ore di negoziati e settimane di
tira-e-molla, i 27 paesi del l'Unione hanno optato per un compromesso.
L'embargo in scadenza a fine mese è stato rinnovato, ma solo per quanto
riguarda le sanzioni economiche e finanziarie. I paesi che lo vorranno
potranno vendere armi in Siria caso per caso.
Parigi e Londra si sono scontrati contro altri stati membri – come
l'Austria, la Repubblica Ceca e la Svezia – preoccupati all'idea di
peggiorare la situazione. In particolare Vienna ha espresso timori per i
suoi circa 400 caschi blu delle Nazioni Unite dispiegati nel Golan.
Come ha fatto notare il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, c'è
stata una rinazionalizzazione delle misure di embargo, una competenza
che sembrava ormai europea.
«Come non pensare che ci sia stato anche il tentativo inglese di
indebolire l'Europa?», si chiedeva ieri un alto diplomatico europeo. È
probabile che anche in politica estera la stessa recessione economica
stia complicando le trattative tra i 27. Lo sconquasso debitorio e le
divisioni tra i 17 della zona euro e gli altri 10 partner europei hanno
reso i rapporti in seno all'Unione particolarmente tesi, in un contesto
nel quale forme di populismo stanno emergendo in vari Paesi.
Nei fatti il compromesso del l'ultimo minuto è stato sostenuto dalla
Germania nella notte tra lunedì e martedì. Non è la prima volta che
Berlino si trova ad aiutare Londra in un modo o nell'altro. In privato,
alti esponenti governativi tedeschi non nascondono che la sponda inglese
è ormai centrale nella politica europea della Repubblica Federale, in
un momento in cui il rapporto con la Francia è in crisi, e Italia e
Spagna sono partner poco affidabili e comunque deboli.
Le recenti trattative sul prossimo bilancio comunitario 2014- 2020 hanno
mostrato che i due paesi avevano posizioni simili. Più importante, il
governo tedesco non nasconde il forte desiderio di fare tutto il
possibile per evitare l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione. La
ragione non è solo economica – preservare il mercato unico e il ruolo
del Regno Unito, terzo più importante cliente dell'export tedesco. I
governi Cameron e Merkel hanno maggioranze simili, riunendo ambedue
liberali e conservatori.
Non è un caso se la spaccatura sull'embargo alla Siria giunge mentre
l'Unione è divisa anche sull'opportunità di introdurre dazi sui pannelli
solari cinesi. La recessione
suggerisce ad alcuni paesi di dare ai propri cittadini motivi di
orgoglio nazionale sul fronte siriano. Altri governi invece, sono
indotti a cavalcare il protezionismo o viceversa difendere il libero
mercato. In tutti i casi, l'obiettivo è l'interesse nazionale, più che
la visione europea. B.R.