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Politica estera: Esiste una dottrina Merkel?

La politica estera del cancelliere Angela Merkel è sotto accusa. Nelle ultime settimane almeno due scelte hanno indotto molti osservatori a criticare la Germania. Da un lato l’atteggiamento tedesco nei confronti della crisi debitoria dei paesi periferici della zona euro induce a parlare di un paese insensibile alle difficoltà dei suoi vicini, cieco nel capire che il fallimento della Grecia o dell’Irlanda colpirebbe in primo luogo gli investitori tedeschi, incapace di interpretare e gestire le aspettative dei mercati.

Wittig
Dall’altro vi è stata la scelta della Germania di astenersi nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in occasione di un risoluzione che ha dato il via alle azioni militari contro le truppe di Muammar Gheddafi in Libia. Questa decisione è stata criticatissima. C’è chi ha accusato il cancelliere Merkel di aver tradito i suoi alleati occidentali; chi vi ha visto il tentativo di ammaliare alcune potenze emergenti, poiché tra coloro che si sono astenuti in quella circostanza c’erano anche la Cina, il Brasile, la Russia e l’India; chi ha parlato della conferma di un nuovo deutscher Sonderweg, un nuovo cammino tedesco dettato da isolazionismo internazionale e interesse nazionale. Assistiamo senza dubbio da una decina d'anni a una Germania più assertiva sullo scacchiere internazionale, ma parlare di una nuova Dottrina Merkel in politica estera mi sembra eccessivo, purtroppo o per fortuna, a seconda dell’ottica in cui ci si pone. La decisione sulla Libia è stata una decisione dettata in parte da esigenze di politica interna – evitare di stuzzicare il pacifismo di una parte consistente della popolazione – e da un’analisi, probabilmente corretta, della situazione.


La Germania non è voluta intervenire non perché volesse appoggiare i BRIC o prendere le distanze dai suoi alleati ma perché era convinta che agire militarmente in Nord Africa sarebbe stato pericoloso. Oltre agli aspetti pratici – la paura di colpire civili e di dover a un certo punto intervenire sul terreno – molti esponenti dell’establishment tedesco hanno avuto il timore che l’intervento in Libia si sarebbe tradotto nell’apertura di un nuovo fronte militare in un paese musulmano. Sono passate tre settimane dal voto sulla risoluzione 1973. Gheddafi è sempre al potere, gli americani sembrano voler uscire di scena, i paesi arabi hanno preso le distanze dall’operazione Odyssey Dawn. La posizione assunta dalla Germania non appare poi così sbagliata. Peraltro, non solo il cancelliere Merkel ha spiegato che l’astensione non deve essere confusa con neutralità, ma il governo federale ha anche insistito in queste settimane perché la vicenda fosse gestita con un embargo petrolifero, sanzioni economiche e magari anche aiuti militari ai ribelli. Proprio ieri il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha detto che Berlino è pronto a impegnare in Libia la Bundeswehr per missioni a scopo umanitario. Rimane che la scelta di astenersi al consiglio di sicurezza ha messo la Germania sullo stesso piano di alcuni paesi emergenti. Se lo vorrà, la diplomazia tedesca potrà utilizzare questo aspetto per rafforzare i suoi legami con questi paesi, anche se accordi economici ed export commerciale mi sembrano già ben avviati. Più in generale la politica estera del cancelliere Merkel più che dottrina mi sembra opportunismo. Ciò non toglie che in alcune circostanze anche le scelte opportunistiche, come quella sulla Libia, possano rivelarsi probabilmente giuste.

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(Nella foto, l'ambasciatore Peter Wittig vota l'astesione sulla risoluzione ONU n° 1973)

  • Der Pilger |

    Sono convinto che sia stata una decisione giusta e sono convinto che sia stata una decisione dettata da opportunismo, pero’ non riesco a convincermi dei vantaggi dell’astensionse.
    Tra le tante cose tristi della vicenda c’e’ anche il fatto che anche in questo caso l’europa era assente.

  • cri |

    Merkel sovrano illuminato.

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