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Sì della Corte suprema all’eutanasia passiva – 26/06/10

FRANCOFORTE – La Corte di giustizia federale ha stabilito ieri a Karlsruhe che un malato terminale ha il diritto di morire, se lo richiede. La sentenza è considerata decisiva da molti giuristi in questo paese: non solo perché offre finalmente un'interpretazione chiara a una precedente sentenza del 1994, ma anche perché avvicina la Germania a molti paesi del Nord Europa, dove da tempo il suicidio assistito è permesso.

La volontà espressa di non essere mantenuti in vita artificialmente deve provocare «un impegno vincolante», ha detto il giudice Ruth Rissing-van-Saan. La Germania, come tutti gli altri paesi occidentali, deve affrontare le sfide di una modernità che ha migliorato lo stato di salute e allungato la vita, ma anche creato situazioni controverse nelle quali sofisticati apparati tecnologici possono consentire di mantenere in vita persone gravemente ammalate.
La sentenza – che sottolinea la differenza tra «l'uccidere con l'obiettivo di mettere fine a una vita» e l'azione che «permette a un paziente di morire con il suo consenso» – è giunta dopo una lunga vicenda umana riguardante un'anziana malata terminale, Erika Küllmer, colpita da emorragia cerebrale. Nel 2002, prima di cadere nel coma e rimanervi per cinque anni, la signora Küllmer aveva detto a sua figlia di non voler restare in vita se fosse stata incosciente.
Wolfgang Putz, un esperto tedesco di diritto medico, consigliò alla figlia, codice alla mano, di interrompere il nutrimento artificiale. Un infermiere se ne accorse e ristabilì l'alimentazione, ma la signora Küllmer morì poco dopo. Era il 2007. In primo grado, Putz fu condannato per tentato omicidio a nove mesi di carcere con la condizionale, mentre la figlia fu assolta perché ritenuta fuorviata dal legale. Ieri la sentenza della Corte federale ha dato ragione all'avvocato.
La decisione è stata accolta nell'aula di Karlsruhe con un lungo applauso. «Non può esserci trattamento medico contro la volontà di una persona», ha commentato il ministro della Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, notando che il provvedimento fa una differenza tra il suicidio assistito passivo e quello attivo, sempre vietato. La sentenza chiarisce la portata di una decisione giudiziaria del 1994 e nello stesso tempo di una legge varata l'anno scorso.
La Corte federale di giustizia ieri ha considerato che il provvedimento di 16 anni fa apre la porta al suicidio assistito passivo, vale a dire all'interruzione dell'alimentazione artificiale per esempio, se c'è il benestare del malato e se il decesso appare inevitabile (quest'ultimo aspetto non è sempre facile da stabilire). La legge del 2009 invece afferma che un dottore è vincolato legalmente alla volontà del paziente.

La Germania è tradizionalmente prudente sul fronte dell'eutanasia, complice l'esperienza nazista e l'uccisione di 70mila handicappati fisici e mentali. Molti tedeschi non esitano ad andare in Svizzera dove è permesso il suicidio assistito attivo: viene messo a disposizione un veleno che lo stesso malato prende da solo. Un sondaggio del 2008 di Der Spiegel rivelò che il 40% dei medici interpellati era favorevole ad aiutare un malato terminale ad uccidersi.
Sempre nel 2008 un ex deputato di Amburgo, Robert Kusch, aveva suscitato vive reazioni quando aveva spiegato a un'anziana signora come preparare un cocktail velenoso con il quale uccidersi. La signora non era malata, ma semplicemente non voleva ritirarsi in una casa di cura. In quella occasione, il cancelliere democristiano Angela Merkel si era detta «contraria a qualsiasi forma di suicidio assistito». La Chiesa cattolica ieri ha espresso timori per le conseguenze della sentenza.

B.R.