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Finanza in crisi, colpa di Nixon – 10/08/08

FRANCOFORTE – Spesso la crisi finanziaria scoppiata esattamente un anno fa viene attribuita a cause recenti: una politica monetaria troppo accomodante, una politica fiscale troppo generosa, una politica regolamentare troppo liberale. Un libro pubblicato da un economista nato in Polonia ma professore in Svizzera e intitolato Finance servante ou finance trompeuse? («Finanza utile o finanza ingannevole?») ha il merito di allungare lo sguardo e dare una prospettiva storica agli ultimi drammatici avvenimenti.

Paul H. Dembinski, che oltre a insegnare all’Università di Friburgo è anche membro dell’Observatoire de la Finance, un’istituzione ginevrina, è convinto che il ruolo crescente e pervasivo della finanza nell’economia moderna affondi le sue radici negli anni 70.L’autore mette così l’accento sulla decisione del presidente Richard Nixon nel 1971 di abbandonare la convertibilità oro-dollaro.
La scelta non fu priva di conseguenze, secondo Dembinski. Per decenni i governi nazionali avevano gestito i cambi internazionali. Abbandonando il proprio ruolo di supervisore, gli Stati Uniti affidano indirettamente il compito al mercato. Compito che sarà ulteriormente rafforzato negli anni 80, dalle politiche liberiste di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan oltre-Atlantico, e da un’informatica sempre più sofisticata. La liberalizzazione dei mercati e il ruolo del computer hanno trasformato radicalmente Borse e investitori. Le banche, per esempio, sono diventate sempre più dipendenti dalla transazione finanziaria – quando per secoli la loro principale fonte di guadagno è stata la differenza tra interessi creditori e interessi debitori – complice anche la nascita di fondi-pensione miliardari.
Nel frattempo, tra i mercati da un lato e il risparmio dall’altro, sono nati centinaia di piccoli e grandi intermediari impegnati nella consulenza, nella gestione o nella valutazione di strumenti finanziari. Dembinski vede quindi emergere nel corso degli ultimi anni una finanza sempre più "autosufficiente", dominata dai modelli matematici e dalle reti informatiche, scollegata dall’andamento dell’economia reale.
In questo senso, l’economista, che insegna anche all’Institut catholique di Parigi, sottolinea come le istituzioni finanziarie non siano più «costruttori di relazioni» tra creditore e debitore ma più semplicemente «operatori della transazione ».L’attenzione dell’investitore non è più rivolta alla rendita, ma al prezzo, tanto che tra il 1995 e il 2005 il volume delle transazioni di Borsa è cresciuto moltissimo, dal 75 al 175% del Pil negli Stati Uniti, dal 10 a quasi il 75% del Pil in Italia.
Pur tralasciando (colpevolmente) quanto il sistema finanziario internazionale abbia fatto nell’ultimo decennio per strappare dall’isolamento economico numerosi Paesi, Dembinski offre nel suo libro chiavi di lettura interessanti, forse anche perché non esita a porre interrogativi etici, sostenendo che dietro al futuro del sistema finanziario si nasconde una scelta di società. In questo contesto, l’autore è convinto che sia necessario reintrodurre il fattore durata nelle contrattazioni di Borsa e nelle retribuzioni dei banchieri.
Tra le altre cose, Dembinski appoggia, oltre a nuovi controlli e nuove regole, l’idea di una tassazione delle transazioni finanziarie alla James Tobin per contenere le ambizioni «dell’azionista nomade». C’è da chiedersi però se questa strategia possa essere sufficiente per inoculare una dose di realismo nella finanza moderna. Qualche giorno fa il «New York Times» notava che nel 2007, malgrado la crisi dei mutui cartolarizzati, il 48% delle transazioni azionarie negli Stati Uniti erano basate su formule matematiche, non qualitative.
Paul H. Dembinski, «Finance servante ou finance trompeuse?», Desclée de Brouwer, Parigi, pagg.206, € 19,00.