È appena uscito a Parigi un film dedicato a un processo che ai tempi fece molto clamore. L’Affaire Marie-Claire racconta la storia di una ragazza di 16 anni, che rimane incinta dopo essere stata violentata da un compagno di scuola. Il tribunale è quello di Bobigny, e siamo nella Francia del 1972. Presidente era Georges Pompidou.
Con l’aiuto della madre, di due colleghe di quest’ultima e di una ostetrica di fortuna, Marie-Claire opta per un aborto di fortuna, violando una legge del 1920 che ai tempi vietava in Francia l’interruzione volontaria di gravidanza.
A difendere Marie-Claire è una giovane avvocata, allora poco più che quarantenne, ebrea e di origine tunisina: Gisèle Halimi, interpretata nel film da Charlotte Gainsbourg.
Pochi mesi prima, la signora Halimi aveva partecipato alla nascita di un movimento, Choisir la cause des femmes, con il quale intendeva promuovere i diritti delle donne. Al suo fianco c’era, tra gli altri, Simone de Beauvoir.
L’avvocata riuscì a rovesciare la natura stessa del processo. Sul banco degli imputati doveva essere la legge del 1920, ritenuta “retriva” e “obsoleta”, e non Marie-Claire, e le sue complici.

L’obiettivo venne raggiunto chiedendo a numerose personalità di testimoniare durante le udienze: l‘accademico di Francia Jean Rostand, i biologisti e Premi Nobel Jacques Monnod e François Jacob, l’uomo politico e futuro primo ministro Michel Rocard, il ginecologo di impronta cattolica ed ex resistente Paul Milliez.
Quest’ultimo, dopo molti tira-e-molla, decise di testimoniare e davanti ai giudici affermò tra le altre cose: “Non vedo perché noi cattolici dovremmo imporre la nostra morale a tutti i francesi”. L’iniziativa del dottor Milliez fu sanzionata dall’Ordine nazionale dei medici.
L’avvocata Halimi riuscì anche a coinvolgere la stampa. Non solo quella più sensibile alle questioni femminili, ma anche giornali più conservatori, quali La Croix ou Le Figaro.
Nei fatti, i magistrati dettero ragione all’avvocata Halimi. Marie-Claire fu assolta, la madre fu condannata a una multa di 500 franchi con la condizionale. Delle altre tre donne, due furono assolte, mentre la signora che praticò l’aborto fu condannata a un anno con la condizionale.
Sappiamo che il Processo di Bobigny, comme venne poi ricordato, contribuì alla liberalizzazione dell’aborto in Francia, con la Legge Veil del 1975. Seguì l’Italia nel 1978. In precedenza, l’aborto era stato consentito in Gran Bretagna fin dal 1967.
Durante il dibattimento, Simone de Beauvoir sostenne che il divieto dell’aborto era lo strumento con il quale l’uomo teneva sotto scacco la donna. In fondo limitava la libertà della donna a decidere cosa fare della propria vita e del proprio futuro: “Si esalta la maternità, perché la maternità è il modo per tenere la donna a casa e farle fare i lavori domestici”.
Sempre durante il processo, l’avvocata Halimi sostenne che era ingiusto vietare l’aborto, senza facilitare e promuovere nel contempo la contraccezione. Ricordò poi che Marie-Claire rischiò la vita a causa di una emorragia interna, e sottolineò come gli aborti di fortuna mettessero a rischio la vita delle donne, soprattutto di quelle meno abbiente. Quelle più benestanti potevano attraversare la Manica e abortire in ospedale.
A oltre cinquant’anni dai fatti, L’Affaire Marie-Claire è un film straordinariamente commovente. Soprattutto, ha la capacità di spiegare le ragioni profonde che spinsero le donne a lottare per la possibilità di abortire, al di là di considerazioni morali o religiose.
Viviamo tempi conservatori, se non reazionari, dove alcune forze politiche tentano di rivedere taluni diritti acquisiti, in un confronto segnato da risvolti religiosi, ma anche sessisti. Nel 2022, la Corte Suprema americana ha deciso di ribaltare la celebre decisione Roe versus Wade, ritenendo che non ci sia un diritto costituzionale all’aborto e restituendo ai singoli Stati e ai loro rappresentanti eletti l’autorità di disciplinarlo.
In Italia, il governo Meloni ha assicurato di non voler ritoccare la legge del 1978. Nel 2024, però, il Parlamento ha approvato una norma che consente alle regioni di coinvolgere nei consultori pubblici anche associazioni del Terzo settore impegnate nel sostegno alla maternità, aprendo così la strada alla presenza delle organizzazioni antiabortiste, comunemente definite ‘pro-vita’.
Secondo un recentissimo rapporto del Center for Reproductive Rights, una ONG internazionale con sede a New York, altri paesi hanno fatto marcia indietro: la Polonia, il Nicaragua, El Salvador. Viceversa, in Francia e in Lussemburgo il diritto all’aborto è stato inserito nelle costituzioni nazionali. Altrettanto vorrebbero fare in Belgio, Svezia e Spagna.