Milano-Parigi – Una possibile spiegazione delle violenze giovanili

Sono giornate di violenza di strada in alcune grandi città europee come raramente si vedono. Vandalismi, saccheggi, scontri con la polizia, sia a Parigi che a Milano.

I motivi sono probabilmente numerosi. Secondo la polizia sia francese che italiana, i più violenti appartengono a gruppuscoli anarchici ed estremisti, che tradizionalmente prendono di mira i simboli dello Stato (le prefetture o le caserme) nonché del capitalismo (le banche o i negozi di lusso). Altri seguono per mera emulazione, aizzati dalle deleterie reti sociali e colpevolmente abbandonati a loro stessi dalle famiglie e dalle scuole.

Sappiamo che sia in Italia che in Francia la comunità studentesca, sia essa scolastica o universitaria, è insoddisfatta dei programmi, degli esami di ammissione, delle strutture educative, della gestione quotidiana nelle scuole e nei licei. In Italia poi incombe la possibilità di separare i giovani stranieri dai giovani italiani, sulla scia di recenti decisioni governative.

Ma basta a spiegare la violenza di questi giorni? Non credo. Temo che dietro alle manifestazioni più o meno violente si nasconda una reazione alle terribili incertezze del momento.

Da anni, ormai, la stampa e i politici prevedono un nuovo conflitto in Europa. Molti governi investono denaro in nuovi e sofisticati armamenti. In pericolo è il futuro dei più giovani che temono, a ragione, di essere chiamati alle armi.

Senza giustificare le violenze, la frustrazione, se non addirittura la rabbia, contro le generazioni oggi in posizioni di responsabilità sono comprensibili.

Place de la République, Parigi, 17 ottobre 2026. Fonte: LP / Olivier Corsan

 

Peraltro, il fenomeno dell’intelligenza artificiale fa temere che oltre al pericolo di guerra i più giovani rischino anche una vita di disoccupati. Giusta o sbagliata, la previsione non può che fare paura nelle menti dei più giovani.

Non passa giorno poi senza che in Francia e in Italia si lanci l’allarme sulla sostenibilità del sistema pensionistico. In buona sostanza, ai più giovani offriamo la prospettiva di un conflitto, il rischio della disoccupazione, il pericolo di non avere un adeguato sostegno durante la vecchiaia.

Nel contempo, il costo della vita è aumentato spaventosamente. Non mi riferisco al più recente balzo dell’inflazione a causa della sciagurata politica del presidente americano Donald Trump. Guardo più che altro al costo degli immobili e degli affitti, salito in molti paesi europei in questi anni.

Secondo un rapporto della banca svizzera Julius Baer, Parigi e Milano sono rispettivamente al 7mo e al 9no posto delle città più care al mondo – ai primi posti Singapore, Zurigo e Montecarlo.

In Francia e in Italia la società è andata via via segmentandosi oltre modo. Non mi riferisco solo alle spaccature generazionali, tra i più anziani che hanno stipendi dignitosi e posti fissi e i più giovani spesso precari e con stipendi più bassi, o – soprattutto in Italia – all’esasperante e soffocante clientelismo che ha spinto i giovani più coraggiosi e intraprendenti ad emigrare. Più in generale sono aumentate le differenze sociali.

Secondo gli ultimi dati di Eurostat, in Italia il 23% della popolazione è a rischio di povertà o di esclusione sociale; in Francia la quota è del 21%.

Non sappiamo se siamo all’inizio di un nuovo Biennio rosso o di una nuova Bauernkrieg (la guerra dei contadini nella Germania del Cinquecento) o più semplicemente e meno drammaticamente di un nuovo ’68.

A proposito: vale la pena notare che a seguito delle manifestazioni del maggio ’68 si tennero nuove elezioni politiche. La vittoria della destra all’Assemblea Nazionale fu eclatante: ottenne 354 seggi su 487, malgrado incredibilmente i partiti di sinistra avessero sostenuto la protesta degli studenti.