L’Unione monetaria sta affrontando un triplo shock: energetico, per via del forte aumento dei prezzi petroliferi; obbligazionario, sulla scia di un brusco incremento dei tassi d’interesse; e politico, in un periodo elettorale molto delicato (si è appena votato in Germania, e si vota in Spagna, Italia e Francia nel 2027).
Roma e Bruxelles stanno discutendo di come affrontare il pericoloso momento. Sappiamo del desiderio del governo Meloni di ottenere maggiore flessibilità di bilancio, per agire sul fronte energetico, in aiuto alle famiglie e alle imprese.
Come in altre occasioni, la Commissione europea è stretta fra la paura di mettere a repentaglio i conti pubblici, mentre non mancano i dubbi sulla sostenibilità del debito, e la consapevolezza di dover venire incontro ai paesi membri più fragili: oltre all’Italia, soprattutto la Francia.
Bruxelles e Roma stanno valutando un compromesso che in ultima analisi deve tentare di rassicurare i mercati finanziari. Infatti, tra le preoccupazioni della Commissione europea c’è non tanto, o non solo, un calo della crescita economica o nuove tensioni sociali quanto uno shock obbligazionario.
I rendimenti dei titoli di Stato stanno aumentando vertiginosamente, toccando in alcuni paesi il massimo degli ultimi 24 anni. Il titolo a dieci anni francese è passato dal 3,2% in febbraio al 4,5% in settembre. Sappiamo il motivo. Molti investitori stanno uscendo dal debito pubblico per investire in titoli azionari o in debito privato.
Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, il compromesso potrebbe essere di facilitare per quanto possibile l’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo. Conosciamo le regole. Il paese deve avere un deficit sotto al 3,0% del prodotto interno lordo nel 2026, e garantire un disavanzo inferiore a questo limite anche nel 2027 e nel 2028.
Se il dato del 2026 si rivelasse soddisfacente, ossia sotto al 3,0% del PIL, la Commissione europea sarebbe pronta a chiudere la procedura di infrazione, purché le stime lasciassero prevedere un deficit sotto al 3,0% del PIL anche nel 2027 e nel 2028, al netto della spesa addizionale in energia e difesa prevista dalla clausola straordinaria inclusa nel Patto di Stabilità.
Perché agli occhi della Commissione europea (e del governo italiano) è diventato così importante uscire dalla procedura per deficit eccessivo? Semplicemente perché significherebbe che il paese ha in effetti mantenuto sotto controllo i conti pubblici.
La speranza di questo ragionamento è che i mercati finanziari reagiscano di conseguenza e riducano le pressioni sui titoli di Stato. L’obiettivo è di evitare che a una crisi energetica si sommi una crisi finanziaria, in un momento in cui i crescenti costi del servizio del debito sono diventati un fattore macroeconomico per nulla banale.
Secondo le previsioni di primavera della Commissione europea, nel 2025 la spesa per interessi è stata pari al 3,9% del PIL in Italia, e del 2,2% del PIL in Francia.
In primavera, prima quindi dello shock obbligazionario di queste settimane, Bruxelles prevedeva per quest’anno una spesa per interessi del 4,1 e del 2,6% rispettivamente. Da allora, le cose sono peggiorate molto.
L’economista Lorenzo Codogno, professore alla London School of Economics, ha calcolato che nel caso del rinnovo dell’intero debito pubblico agli attuali livelli di tassi d’interesse richiederebbe in Francia un aggiustamento di bilancio del 3,6% del PIL (circa 110 miliardi di euro) pur di stabilizzare il rapporto debito-PIL.
Il lettore potrebbe chiedersi perché i mercati finanziari dovrebbero sentirsi rassicurati dall’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo, se poi il disavanzo nominale sarebbe probabilmente destinato a crescere sopra al limite del 3,0% del PIL, per via della spesa in difesa ed energia.
La domanda è lecita. Il ragionamento di Roma e di Bruxelles si basa in buona sostanza sulla credibilità della Commissione europea nell’applicare le regole di bilancio, in modo coerente ma pragmatico.