I paesi sono come le persone. Hanno i loro interessi, ma anche le loro psicologie. Leggo nella stampa italiana della nascita di un nuovo “asse italo-tedesco”.
Il termine asse fu reso popolare il 1° novembre 1936 da Benito Mussolini, mentre commentava in un discorso a Milano il trattato di amicizia che l’Italia fascista aveva appena firmato con la Germania nazista il 25 ottobre dello stesso anno.
Sono trascorsi decenni, la situazione è cambiata radicalmente, ma nella pubblicistica i termini incredibilmente sopravvivono.
Dietro al rapprochement di queste settimane si nascondono evidenti interessi coincidenti. Entrambi i governi sono guidati da leader conservatori. Entrambe le economie hanno un tessuto industriale in crisi, ancorché fortemente integrato. Entrambi i paesi vogliono adottare politiche migratorie restrittive.
Entrambi poi vogliono, magari surrettiziamente, stuzzicare la Francia. L’Italia per storiche invidie. La Germania per più sostanziali incomprensioni.
In questi ultimi giorni, la stampa tedesca ha messo l’accento sulle difficoltà del tradizionale motore franco-tedesco.
La rivista Stern ha fatto una analisi della recente intervista di Emmanuel Macron a sei quotidiani europei, leggendo in chiave anti-tedesca alcune dichiarazioni del presidente francese, in particolare quando ha criticato l’accordo economico con gli Stati Uniti dell’estate scorsa e l’intesa con il Mercosur, o quando ha proposto nuove forme di indebitamento in comune.
Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha sottolineato le incomprensioni franco-tedesche relative alla costruzione di un nuovo jet militare, lo SCAF. Ha ricordato le posizioni discordanti sul trattato con il Mercosur, e anche l’adozione di dazi contro le auto elettriche cinesi, alla quale Berlino ha tentato di opporsi.
Un altro quotidiano, la Süddeutsche Zeitung, faceva notare qualche giorno fa la diversa posizione di Parigi e Berlino a proposito dell’opportunità o meno di aprire un canale di dialogo con il presidente russo Vladimir Putin. La Francia più attiva della Germania in questo frangente.

I rapporti franco-tedeschi hanno storicamente avuto alti e bassi. Mentre in un primo momento la relazione tra Berlino e Parigi era caratterizzata da un interesse comune alla riconciliazione, oggi è caratterizzato principalmente dalla necessità di conciliare gli interessi.
Nei primi anni 2000, i rapporti tra Gerhard Schröder e Jacques Chirac furono freddi, almeno all’inizio. Il cancelliere socialdemocratico aveva preso un abbaglio per l’allora premier inglese Tony Blair. Poi la guerra americana in Iraq rafforzò subitamente il fronte franco-tedesco. Entrambi i paesi erano molto critici della presidenza Bush Jr.
All’inizio, i rapporti non furono buoni né tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, né tra quest’ultima e François Hollande. Ai tempi le incomprensioni riguardavano in particolare le scelte di politica economica.
Mentre la cancelliera promuoveva la ruhige Hand, la mano leggera, i due dirigenti francesi proponevano un maggiore interventismo.
Tra Friedrich Merz e Emmanuel Macron non mancano le differenze, ma anche le similitudini. Entrambi sono ambiziosi, nervosi, impazienti. Entrambi sono in difficoltà. Politicamente devono fare i conti con la forza dei partiti estremisti. Economicamente hanno economie deboli.
Nel gioco di sponda che caratterizza la politica europea, le alleanze tra i governi sono il pane quotidiano dei lavori consiliari. Servono a fare passare i provvedimenti presentati dalla Commissione europea.
Quanto sia utile formalizzare nuovi assi, questa volta tra Berlino e Roma, è da capire. Le alleanze in Europa sono per loro natura mutevoli a seconda dei dossiers. La vera alleanza è quella che unisce 27 governi nel processo di integrazione e soprattutto nella difesa dell’integrità del mercato unico.
In questa ottica, il lettore potrebbe quindi chiedersi perché il rapporto franco-tedesco faccia eccezione.
Avrebbe ragione, tanto più che la relazione tra Parigi e Berlino risale al Trattato dell’Eliseo del 1963, ossia sette anni dopo la nascita della Comunità economica europea.
In realtà il rapporto-franco tedesco è diventato essenziale al funzionamento stesso dell’Unione europea. Non solo perché la riconciliazione tra i due paesi dopo la guerra rimane un elemento essenziale della ragion d’essere della costruzione comunitaria, ma anche perché al centro del continente, più di altri paesi, rappresentano le due Europe, quella del Sud e quella del Nord.
Berlino e Parigi sanno che una loro posizione condivisa ha buone possibilità di essere fatta propria dagli altri paesi dell’Unione europea. Per motivi di storia, di politica e di geografia, lo stesso non può avvenire con una intesa tra Berlino e Roma, salvo eventualmente su specifici dossiers.
C’è poi un elemento che potrebbe dar fastidio, ma che è reale. A Berlino, la Francia è rispettata. È una potenza nucleare, una economia importante, un partner affidabile. Non so quanto lo stesso valga per Roma.
I tedeschi apprezzano alcune caratteristiche dell’Italia, dalla gastronomia alla moda, dall’arte all’industria, ma sono consapevoli che la classe politica è litigiosa, il dibattito pubblico confuso, l’opportunismo imperante. C’è di più. Nessuno in Germania ha dimenticato i tradimenti italiani del 1915 e del 1943. Temo quindi che agli occhi di Berlino il rapporto con Roma sia una utile sponda, più che un nuovo asse.