Il Patto Verde? Alcune imprese, con lo sguardo lungo, ci credono

Nel suo ultimo rapporto intitolato Stato dell’Ambiente in Italia 2025, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato dati particolarmente interessanti sui cambiamenti climatici in Italia.

Un grafico mi ha fatto riflettere più di altri. Mostra come le perdite economiche provocate nel paese da eventi estremi causati dal clima siano ammontate a quasi 120 euro pro capite nel 2023. La media europea è stata di poco di 60 euro pro capite.

Dati alla mano, l’Italia è tra i paesi europei che più soffrono del cambiamento climatico. Eppure, il governo in carica e l’establishment economico sono tra i più accesi difensori di una revisione del Patto Verde. Rimproverano all’intelaiatura di regole costi e burocrazia. Sostengono una revisione delle regole che comporta non solo una semplificazione, ma spesso una deregolamentazione.

In un rapporto preparato per l’associazione 2050Now e la SDA Bocconi, intitolato Régénérer la nature, c’est régénérer l’économie, Sylvie Goulard, ex parlamentare europea liberale, ex ministra della Difesa ed ex governatrice della Banca di Francia, sostiene l’importanza di preservare la natura, ricordando tra le altre cose una relazione di PWC pubblicata nel 2023 secondo la quale “più di metà del prodotto interno lordo mondiale è esposto a rischi legati alla natura”.

 

Fonte: ISPRA – Linea scura: Italia – Linea chiara: Europa. Nell’asse orizzontale, gli anni; in quello verticale, i danni in euro pro capite

 

Spiega la signora Goulard: «Al di là delle questioni ecologiche o di salute pubblica, per le imprese si tratta di preservare le catene del valore, ridurre i rischi finanziari e, in ultima analisi, perpetuare la capacità produttiva. Il rapido degrado della biodiversità, la scarsità delle risorse e il moltiplicarsi delle crisi climatiche, attestati dalla scienza, indeboliscono infatti il tessuto economico. Le imprese sono anche in grado di fornire soluzioni, in particolare quando la loro attività è il disinquinamento, il trattamento delle acque o ancora l’offerta di trasporti decarbonizzati, ad esempio».

Insomma, secondo il rapporto 2050Now-SDA Bocconi, preservare la natura non serve solo ad evitare costosi danni climatici o sanitari, ma anche a rafforzare le catene produttive e ad offrire nuove opportunità economiche alle aziende (a questo proposito: tra il 1994 e il 2022, l’export italiano di prodotti tecnologici a basse emissioni di carbonio, low carbon technology in inglese, è quadruplicato, da 8,3 a 31,3 miliardi di dollari).

Viviamo tempi nei quali la classe politica in moltissimi paesi del mondo – non solo in Italia – asseconda quella fetta della società più rumorosa, anziché tentare dopo un dibattito democratico di promuovere l’interesse comune.

Tuttavia, è interessante notare che non tutte le imprese hanno lo sguardo corto. Qualche giorno fa, Ferrero, Nestlé, Olam Agri e Precious Woods hanno criticato la scelta di rivedere in senso meno restrittivo il regolamento che limita l’importazione in Europa di prodotti derivanti dalla deforestazione in paesi terzi.

Hanno scritto le quattro aziende: “Le imprese hanno già effettuato investimenti significativi e creato sistemi di conformità: i prodotti a base di cacao e caffè stanno già entrando nell’Unione europea nel rispetto del regolamento. Riaprire ora il testo invierebbe un segnale sbagliato ai paesi produttori e rischierebbe di minare la fiducia negli impegni dell’Unione europea nella lotta alla deforestazione”.

Queste quattro società non sono le sole ad avere lo sguardo lungo. Nel rapporto 2050Now-SDA Bocconi vengono citati anche gli esempi di LVMH e BNP Paribas, che hanno lanciato programmi di “natura rigenerativa”; SNCF che vuole ridurre i suoi consumi di acqua del 25% entro il 2035; AXA, che ha creato la filiale AXA Climate per aiutare i clienti a gestire i rischi climatici; o ancora Assicurazioni Generali che con la filiale Gruppo Leone Alato sostiene progetti per restaurare terre degradate.

Ciò detto, è probabilmente più facile per le grandi imprese guardare lontano e investire nel futuro. Toccherebbe alla classe politica aiutare le imprese più piccole e la società nel suo insieme ad allungare lo sguardo.

In Italia, a rischio è anche una delle principali fonti di reddito: il turismo, uno dei settori che l’attuale governo sostiene di più a parole, tra le altre cose difendendo i privilegi dei gestori delle spiagge.

L’ISPRA ha calcolato che l’innalzamento del livello del mare tra il 1872 e il 2024 è stato a Venezia di 2,6 millimetri all’anno. Tra il 1993 e il 2024 è stato di 4,8 millimetri all’anno. Sempre la stessa fonte ha pubblicato un grafico in cui si tocca con mano il netto calo della massa cumulata in alcuni dei principali ghiacciai italiani dal 1994 in poi.

Scrive ancora la signora Goulard: “Intere regioni della Spagna, dell’Italia o della Francia rischiano di perdere i loro introiti turistici, che si tratti di stazioni sciistiche senza neve, coste invase dalle acque o spiagge soggette a invasioni di meduse”.

Insomma, sembra prevalere in molti il sentimento di Luigi XV, che a proposito del delfino, il futuro Luigi XVI, diceva: Après moi, le déluge. In un paese familistico come l’Italia, l’atteggiamento stona.

  • carl |

    Sì, come Lei dice, non è da escludere che alcuni abbiano uno “sguardo lungo” in merito al tema da lei abbordato. Tuttavia, e come accennato nel commento che ho lasciato sotto un altro blog(“info civica”), sarebbe tutt’altro che sorprendente, non ultimo anche per l’assai probabile mediocrità che mediamente caratterizza coloro che incarnano le classi dirigenti a livello nazionale ed internazionale/supranazionale, che, posti dinanzi alla crescente complessità dei problemi accumulati ed irrisolti, i suddetti personaggi non propendano per la scelta di pseudo soluzioni semplicistiche e la prassi del temporeggiamento, nell’attesa di passare il “testimone” (intendo dire “il cerino acceso/ la patata bollente”..) a coloro che subentreranno loro nella mondialmente ubiqua malagestione dello stato delle cose..

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