Sappiamo della crisi della rappresentanza politica e sindacale. Sappiamo anche che molti governi in giro per l’Europa sono deboli, spesso circondati da partiti radicali, di sinistra e di destra. Ciò che sta emergendo sempre più è la tendenza dei governi a rimanere ostaggi dei gruppi di pressione.
Tre esempi sono emersi in questi mesi nei principali paesi europei.
In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha bocciato l’accordo economico con il Mercosur per via delle pressioni del mondo agricolo. Eppure, il governo francese aveva battagliato con successo a Bruxelles per ottenere salvaguardie, quote all’importazione e altre garanzie.
Nulla da fare. Quando si è trattato di approvare una intesa che in fondo rispecchiava pienamente il desiderio francese di maggiore indipendenza europea, Parigi in un voto al Consiglio si è opposta, malgrado i molti vantaggi che l’intesa dovrebbe garantire.
In Germania, da mesi ormai il governo del cancelliere Friedrich Merz sta bloccando l’acquisizione di Commerzbank da parte di UniCredit. La motivazione è curiosa. La scalata non sarebbe “amichevole”. Eppure, stiamo parlando di due aziende prevalentemente private (il governo federale continua a controllare il 10% del capitale della banca tedesca).
Evidentemente, le pressioni dei sindacati bancari non lasciano indifferenti, al di là del fatto che le banche sono tradizionalmente la cinghia di trasmissione tra l’economia e la politica.

Ha ammesso in un discorso a fine marzo il ministro delle Finanze Lars Klingbeil: «La Germania è un Paese paralizzato. Qualsiasi proposta volta a modificare lo status quo suscita un coro di proteste e viene respinta sotto la pressione delle lobbies (…) Nel frattempo, ci si dimentica di chiedersi cosa sia meglio per il bene comune, per il Paese e per la popolazione in generale».
Neppure l’Italia è immune da questa tendenza. In queste settimane il governo ha fatto campagna a favore di una sospensione del mercato delle emissioni nocive, noto con l’acronimo ETS, su pressione di alcune associazioni imprenditoriali.
Quanto la battaglia rispecchi davvero l’interesse generale è da capire. Il mercato ETS ha contribuito non poco alla riduzione delle emissioni nocive (del 39% dal 1990); in venti anni ha generato entrate per 260 miliardi di euro, grazie alla vendita all’asta di quote di emissione; ed è stato in questi decenni molto stabile (i prezzi hanno oscillato dal 2005 al 2025 tra i 60 e i 100 euro).
Alcuni settori produttivi sostengono di avere raggiunto da un punto di vista tecnologico i livelli massimi di efficienza energetica, e ritengono che nei fatti il certificato che sono chiamati ad acquistare sul mercato per compensare il loro inquinamento sia diventato una tassa.
È possibile. La loro rimane tuttavia una questione particolare. È giusto che il governo chieda la sospensione del mercato ETS tout court? In fondo in un sondaggio Eurobarometro del giugno scorso, l’86% degli italiani ha detto di ritenere il cambiamento climatico un problema serio o abbastanza serio (la media europea è dell’85%).
Per certi versi torna alla mente la battaglia che l’Italia fece negli anni scorsi in occasione della direttiva sulla due diligence, nota con l’acronimo CSDDD. Il governo tentò di ammorbidire per quanto possibile l’articolo che avrebbe imposto alle imprese energetiche di prevenire rischi ambientali e sociali lungo l’intera catena di valore. A molti, la battaglia è sembrata condotta in nome dell’ENI.
Insomma, governi deboli sono spesso ostaggi di interessi particolari, di gruppi di pressione rumorosi, in un contesto nel quale il dibattito pubblico è sempre più confuso, in mano alle reti sociali, tutto rivolto al breve periodo, tendenzialmente alle prossime elezioni.
Spiegava di recente Yves Mény, l’ex presidente dell’Istituto universitario europeo di Firenze: “Da alcuni anni, la scomparsa dei partiti, dei gruppi intermedi e dei ‘mediatori’ in grado di spiegare, educare, informare e orientare l’opinione pubblica ha portato alla ribalta i gruppi di protesta e i gruppi di interesse che difendono esclusivamente la propria causa”.
“La combinazione tra corporativismo cieco e contestazione del potere politico – aggiungeva – porta a un’escalation e alla rinuncia alla politica”, il cui scopo principale dovrebbe proprio essere di fare la sintesi tra gli interessi particolari, perseguendo l’interesse generale. Come non dargli ragione.
Il rischio, in assenza dello sguardo lungo, è di impedire nei fatti una modernizzazione del proprio paese.