Ancora una volta la collaborazione franco-tedesca in campo militare stenta a fare passi avanti. La vicenda del caccia della sesta generazione, noto con l’acronimo SCAF, è l’esempio più recente. Andiamo per un attimo oltre le tradizionali gelosie nazionali nel settore della difesa. Paradossalmente collaborare tra paesi si sta rivelando più difficile, in un contesto nel quale aumenta sia la spesa nazionale che la domanda mondiale. Ciò è tanto più vero in Francia.
Da settimane la Germania sta mettendo in dubbio il progetto SCAF, firmato nel 2018 con Parigi. In un primo momento, Berlino ha fatto trapelare l’ipotesi di unirsi a un consorzio alternativo italo-inglese-giapponese. Poi il cancelliere Friedrich Merz ha osservato che le incomprensioni con Parigi riguardano l’uso che i due paesi intendono fare del nuovo caccia. Mentre la Francia punta ad usarlo sulle porta-aerei, la Germania ha in mente di utilizzarlo sulla terra ferma.
All’inizio di febbraio, il presidente francese Emmanuel Macron ha attribuito la responsabilità dello stallo alle imprese coinvolte. La francese Dassault vuole avere garanzie di gestire la joint venture, e mette l’accento sul rischio di condividere know-how tecnologico. A questo proposito specialisti del settore notano che l’aumento dei bilanci nazionali raffredda le pressioni per una maggiore collaborazione tra paesi membri – malgrado la situazione internazionale.
Germania e Francia hanno entrambe importanti industrie militari. Quella francese, tuttavia, ha storicamente giocato la carta dell’indipendenza, a iniziare con la force de frappe nucleare (il primo test della bomba atomica ebbe luogo nel 1960). Fin dagli anni 50, Parigi ha perseguito l’autonomia strategica nei confronti degli Stati Uniti, anche in campo militare, in particolare con otto giganti industriali (Airbus, Arianespace, Arquus, Dassault, MBDA, Naval Group, Safran e Thales).

In questo modo, nei decenni, l’industria francese ha custodito gelosamente il suo know-how, per esempio costruendo in casa il proprio caccia militare. Prima dell’attuale Rafale, il gruppo Dassault aveva messo a punto il Mirage e prima ancora il Mystère e l’Ouragan (quest’ultimo risale addirittura al 1949). Cambiare postura e accettare la collaborazione è evidentemente difficile, sia da un punto di vista politico che in una ottica meramente economica.
Spiega Alessandro Marrone, analista dell’Istituto Affari Internazionali a Roma: «L’establishment francese è combattuto tra la consapevolezza che la collaborazione è necessaria perché i nuovi mezzi sono molto costosi e il desiderio di mantenere una propria indipendenza». Al dilemma francese contribuisce la politica estera unilaterale di Washington, che provoca diffidenza nella comunità internazionale e offre di conseguenza nuove opportunità ai produttori non americani.
Da tempo, anche per promuovere la sua produzione, Parigi insiste perché gli acquisti con denaro comunitario da parte dei Ventisette abbiano una fetta importante di componenti europei. Lo sguardo francese corre anche verso paesi terzi. In India, il presidente Macron ha appena strappato nuove generose commesse militari. Secondo la banca dati svedese SIPRI, la Francia è diventata il secondo esportatore al mondo di armi dopo gli Stati Uniti, e prima della Germania o della Cina.
In un rapporto recente, il ministero della Difesa a Parigi informa della scelta di aumentare il numero di addetti militari. Negli ultimi quattro anni, sono state aperte missioni di difesa tra gli altri in Armenia, in Moldavia, nel Ghana, nel Ruanda, e nelle Filippine. Addetti agli armamenti sono stati inviati in Senegal e in Ucraina. «Questa evoluzione è destinata a proseguire (…) al fine di rafforzare gli scambi con i paesi partner della Francia e rispondere meglio alle loro attese», si legge nel rapporto.
Le ricadute economiche sono ovvie. Spiegava di recente l’Istituto di Statistica INSEE: «La produzione nella difesa ha iniziato ad aumentare alla fine del 2023 e a metà del 2025 ha raggiunto un livello superiore di quasi il 20% rispetto al 2022. Nel frattempo, la produzione è rimasta pressoché stabile nell’insieme dell’industria». In buona sostanza, e al di là del caso SCAF, in campo militare Parigi è chiamata a soppesare vantaggi economici e prospettive politiche, tra autonomia francese e volano europeo.