Qualche giorno fa, con lo stile sprezzante che lo contraddistingue, il presidente Donald Trump ha affermato, parlando del presidente Emmanuel Macron: “Emmanuel non rimarrà ancora a lungo in carica. È un mio amico, è una brava persona. Apprezzo Macron, ma non rimarrà a lungo in carica”.
In effetti le elezioni presidenziali francesi si stanno avvicinando. Si voterà tra aprile e maggio dell’anno prossimo, e l’attuale presidente uscente non potrà ricandidarsi. La campagna elettorale sta per iniziare, anche se non è chiaro quali saranno i principali candidati della corsa all’Eliseo (nel frattempo si voterà nel mese prossimo per le municipali).
A Bruxelles il voto francese sta già facendo riflettere. Non solo perché si teme l’arrivo al potere di un partito, il Rassemblement National, attraversato da una vena reazionaria ed euroscettica, ma perché c’è il rischio che la presenza a Parigi di una maggioranza in uscita pesi sul processo decisionale europeo.

Non è un caso se proprio oggi la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa fossero a Parigi per colloqui con il presidente Macron.
Ci sono almeno tre questioni aperte sulle quali pesa la situazione francese, per non parlare naturalmente del grande cantiere economico di cui i Ventisette parleranno in occasione di un vertice informale giovedì prossimo.
Il primo è l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale con il Mercosur. Sappiamo che l’intesa firmata in gennaio a Assunzione potrà entrare in vigore non appena uno dei quattro paesi sudamericani (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) avrà ratificato il trattato, possibilmente nel giro di tre mesi.
A quel punto la Commissione europea potrà dare il via libera all’applicazione provvisoria, inviando formale notifica ai paesi del Mercosur. Già oggi Bruxelles si interroga sul da farsi, ben sapendo che la Francia è stata uno dei sei paesi membri che non ha approvato l’accordo in Consiglio.
L’intesa ha infiammato gli animi in Francia e indotto gli agricoltori a bloccare numerose città numerose volte. È stata utilizzata dall’opposizione di destra e di sinistra per criticare il presidente Macron. La scelta di Bruxelles sull’eventuale applicazione provvisoria sarà delicata, tanto più in piena campagna elettorale.
Un’altra questione riguarda il bilancio comunitario 2028-2034. I Ventisette vogliono trovare un accordo tra loro già alla fine dell’anno, per poi varare i regolamenti attuativi nel 2027. Si chiedeva nei giorni scorsi un diplomatico europeo: “Saranno capaci i paesi membri di prendere una decisione così importante con un governo in uscita a Parigi?”.
A differenza dell’accordo con il Mercosur, il bilancio comunitario deve essere approvato all’unanimità dei paesi membri. Il suo impatto è notevole, non fosse altro perché ha un valore di 1.800 miliardi di euro su un periodo di sette anni.
Infine, la terza questione ha a che fare con l’allargamento dell’Unione europea. Sul tavolo c’è l’adesione di alcuni paesi dei Balcani Occidentali – il Montenegro e l’Albania -, ma anche possibilmente dell’Ucraina e della Moldavia.
In molti paesi membri, l’adesione di Kiev e Chișinău fa paura. Molti cittadini temono nuova concorrenza nel settore agricolo o più in generale sul mercato del lavoro.
Secondo un sondaggio Eurobarometro pubblicato nel settembre scorso, i francesi, insieme ai cechi, sono i più preoccupati. Il 48% dei francesi è contrario all’allargamento dell’Unione; solo il 43% gli è favorevole (rispetto a una media europea del 56%).
Vorranno i Ventisette prendere decisioni in un campo così controverso mentre la Francia si prepara al voto presidenziale, e ben sapendo che sarà necessario una ratifica come minimo parlamentare?
La questione sta inducendo la Commissione e il Consiglio a valutare alternative meno controverse, per esempio: nuovi schemi di accordi di associazione, soprattutto nel caso una qualche forma di ingresso dell’Ucraina nella UE si riveli il tassello di un eventuale accordo di pace.
In passato, elezioni nei paesi membri più importanti hanno rallentato grandemente i lavori comunitari. Lo abbiamo visto recentemente, nel 2024-2025, alla vigilia del voto tedesco. Chissà se questa volta l’urgenza ad agire non imporrà a Parigi atteggiamenti più accomodanti o agli altri paesi membri soluzioni creative o scelte drastiche?
PS: Anche in Germania si voterà quest’anno, complicando non poco il lavoro del governo Merz, a Berlino e forse anche a Bruxelles. Alle urne si recheranno importanti regioni del paese: il Baden-Württemberg, la Renania-Palatinato, il Sachsen-Anhalt e il Meclemburgo-Pomerania Occidentale.