C’è un elemento che spesso rimane sottotraccia nel confronto di queste settimane tra Stati Uniti ed Unione europea e che non potrà non influenzare le scelte comunitarie: l’elevata dipendenza dell’Europa nei confronti dell’America; e non solo in campo militare.
Molti qui a Bruxelles parlano di rupture con il partner americano, di rottura, non di mero strappo, soprattutto da quando il presidente Donald Trump ha deciso di appropriarsi della Groenlandia. Eppure, non sarà facile emanciparsi da Washington, e non solo per i legami culturali e sociali che i due partner hanno intrecciato in oltre due secoli di storia.
Sul fronte della difesa non vale la pena dilungarsi. Disse Charles de Gaulle parlando ad Alain Peyrefitte in un celebre libro intitolato C’était de Gaulle (1994): “La NATO è una finzione. È un meccanismo per mascherare il dominio americano sull’Europa. Grazie alla NATO, l’Europa è posta sotto la dipendenza degli Stati Uniti senza che ciò sembri evidente”.
Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 100mila soldati sul territorio europeo. Le basi sono oltre 40, le principali sono in Germania, Italia e Polonia. Nella sola Repubblica Federale si contano ben 40 siti. Chiamata a garantire la sicurezza in Europa, la NATO è una organizzazione a guida americana.

C’è di più. In un rapporto del 2021, intitolato Strategic Dependencies and Capacities, la Commissione europea individuava le dipendenze europee nei confronti di paesi terzi.
Iniziamo dalle fonti energetiche. Gli Stati Uniti sono già il maggiore esportatore di gas liquefatto e la produzione rappresenta oggi circa il 27% delle importazioni di gas dell’Unione europea, rispetto al 5% del 2021. Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio sono i maggiori importatori.
Una serie di nuovi accordi con le società energetiche statunitensi potrebbe portare questa percentuale fino al 40% del consumo totale di gas dell’Unione europea entro il 2030 e a circa l’80% delle importazioni europee di gas liquefatto, secondo i dati dell’Institute of Energy Economics and Financial Analysis, un’organizzazione non governativa americana.
Anche sul piano tecnologico, l’Europa è dipendente dagli Stati Uniti.
Nel 2023, l’Unione ha importato dagli Stati Uniti servizi digitali per 300 miliardi di dollari, secondo la Camera di commercio delle società americane in Europa. Nel rapporto del 2021 Bruxelles notava che “sono americane le maggiori aziende nel campo del clouding”. Nella catena di valore dei microprocessori a livello mondiale i produttori americani pesano per il 38%, secondo il Rapporto Draghi.
Alcuni paesi sono più dipendenti di altri. Secondo l’ufficio tedesco di statistiche a Wiesbaden, ancora nel 2024 gli Stati Uniti sono stati il primo mercato per le esportazioni tedesche. Da 33 anni, ossia dal 1992, la Repubblica Federale gode di un surplus della bilancia commerciale con il partner americano.
Ho chiesto all’intelligenza artificiale quale paese europeo esporti di più verso gli Stati Uniti rispetto al proprio prodotto interno lordo. La risposta è stata l’Irlanda, per cui il 20% del PIL dipende dalle esportazioni verso il partner americano.
Vi sono altri paesi che invece hanno volutamente preso le distanze dagli Stati Uniti. La Francia è uno di questi. Sempre de Gaulle disse negli anni 60: «Gli Stati Uniti sono una grande potenza che tende naturalmente a dominare».
Nei decenni, Parigi ha deciso di dotarsi della propria arma nucleare, di costruire i propri aerei e sommergibili nucleari, di uscire nel 1966 dal comando militare integrato della Nato (per poi tornarvi nel 2009). In passato la Francia ha coltivato l’innovazione tecnologica, con risultati alterni ma sempre in una ottica di indipendenza dagli Stati Uniti: dal Concorde al Minitel, dalla carte à puce al TGV.
Nel valutare l’emancipazione dagli Stati Uniti, i Ventisette non potranno non tenere conto delle molte dipendenze europee. Noto però l’emergere di posizioni più nette nel confronto con Washington, dopo le clamorose mire americane sulla Groenlandia e l’atteggiamento prepotente degli Stati Uniti sul fronte economico e commerciale – mi riferisco all’arma dei dazi.
Da Davos, il premier belga Bart De Wever ha affermato: “Essere un vassallo felice è una cosa. Essere uno schiavo infelice è tutt’altra cosa”. La stessa posizione è stata assunta dal Canada, e potrebbe dare l’esempio anche in Europa.
Parlando a Strasburgo mercoledì 21 gennaio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha abbandonato la sua posizione conciliante nei confronti degli Stati Uniti.
Ha detto tra le altre cose: “Il cambiamento nell’ordine internazionale non solo è radicale, ma anche permanente. La rapidità dei cambiamenti supera di gran lunga qualsiasi cosa abbiamo visto negli ultimi decenni (…) Dovremo abbandonare la tradizionale cautela europea (…) Il mondo sta cambiando più rapidamente della nostra mentalità. Pertanto, le nostre istituzioni, i nostri governi e le nostre società, tutti noi, dobbiamo trasformare il nostro modo di pensare e di agire”.
Il cambio di tono della signora von der Leyen è evidente. Alza la posta per schivare le critiche all’accordo commerciale particolarmente sbilanciato firmato con l’amministrazione Trump nell’estate scorsa? Oppure sente che il vento europeo punta a maggiore assertività nei confronti degli Stati Uniti? Probabilmente giocano entrambi i fattori.
Emanciparsi dall’America sarà economicamente e politicamente costoso, ma il volano comunitario potrebbe in ultima analisi ridurne i costi. I Ventisette devono chiedersi se ormai il rapporto con gli Stati Uniti non sia diventato una liability, come dicono gli inglese, e non convenga cut your losses, come dicono in Borsa.