«Come si può governare un Paese in cui esistono 258 varietà di formaggio?», si chiedeva con un mezzo sorriso Charles de Gaulle. La frase cade a pennello di questi giorni, perché mette in luce sia la difficoltà a guidare i francesi, polemici a non finire, sia l’importanza del mondo agricolo nella società transalpina.
Nelle scorse ore, dopo lunghi tira-e-molla, Parigi ha deciso di non approvare il trattato commerciale negoziato con il Mercosur, l’organizzazione latino-americana. Hanno avuto la meglio le rumorose e anche violente proteste delle associazioni agricole che da mesi bloccano ripetutamente le città del paese, in protesta contro un accordo che ai loro occhi penalizzerà il settore.
In Italia il governo ha deciso di firmare il trattato con i paesi latino-americani, in Francia il governo ha preferito soprassedere, accettando di essere in minoranza tra i Ventisette nonostante la storica rivendicazione di Parigi di avere in Europa un ruolo-guida. Che differenze ci sono tra i due paesi?
In effetti, la vicenda può sorprendere. Rispetto all’Italia, il settore agricolo francese è tendenzialmente meno importante, secondo le cifre ufficiali. Rappresenta l’1,5% del prodotto interno lordo (1,8% in Italia). Dà lavoro al 2,5-3,0% degli occupati (3,5-4,0% in Italia). Eppure, gli agricoltori francesi hanno una capacità di far sentire la loro voce e di influenzare il mondo politico come pochi.
Le ragioni sono numerose. Viviamo tempi nei quali cresce il nazionalismo. Se c’è un settore che può facilmente esprimere e rivendicare questo sentimento è proprio quello agricolo. Lo sanno gli agricoltori e lo sanno i politici. Dai frutti della terra e dal lavoro dei contadini dipende in ultima analisi il futuro della società nazionale.
Questo è vero in particolare in Francia, un paese più che millenario, risale nei fatti al regno di Clodoveo I (466-511); guidato tra il 987 e il 1792 da una sola dinastia, quella dei Capetingi; e le cui frontiere naturali (le Alpi, i Vosgi, le Ardenne e i Pirenei, l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo) hanno contribuito a una straordinaria omogeneità nazionale – e a un sottile sciovinismo.

Di recente sullo striscione di un agricoltore c’era scritto: France, veux-tu encore de tes paysans?. Francia, ami ancora i tuoi contadini? La frase polemica lascia trasparire un rapporto molto stretto tra il mondo agricolo e il resto del paese. D’altro canto i Sanculotti hanno avuto un ruolo importante nella Rivoluzione francese.
Tempo fa ebbe grande successo anche popolare la pubblicazione postuma delle memorie di un contadino bretone, Jean-Marie Déguignet (1834-1905). Il volume – Mémoires d’un paysan bas-breton – racconta le peripezie di un uomo chiamato anche a combattere nelle campagne di Crimea, d’Italia e del Messico.
I francesi sono fieri dei loro formaggi, dei loro vini e in generale della loro produzione agricola e della loro cucina nazionale. Più dell’Italia? Forse, nella misura in cui in Italia l’orgoglio in questo campo è soprattutto regionale, più che nazionale.
C’è però un parallelo tra i due paesi: il nazionalismo crescente. Nei due paesi si moltiplicano le etichette nazionaliste sui prodotti alimentari. Di questi giorni in Francia i produttori di galette des rois, la tradizionale torta dell’Epifania, si fanno in quattro per assicurare che l’intera crostata è stata fatta con prodotti locali, dalla farina alle mandorle.
In entrambi i paesi, la presenza sulla scena politica di partiti nazionalisti, all’opposizione o al governo, ha creato uno stretto rapporto tra le forze politiche e le associazioni di categoria nel quale entrambe le parti si rafforzano, o pensano di rafforzarsi, a vicenda.
Nota più in generale a proposito della Francia Yves Mény, ex presidente dell’Istituto universitario europeo a Firenze: “Da alcuni anni, la scomparsa dei partiti, dei gruppi intermedi e dei ‘mediatori’ in grado di spiegare, educare, informare e strutturare l’opinione pubblica ha portato alla ribalta gruppi di protesta e gruppi di interesse che difendono esclusivamente la loro causa. La stampa in generale ha ripreso i loro discorsi senza alcuna analisi critica. In questa società destrutturata, vengono ascoltati solo coloro che parlano più forte, con esagerazione”.
Il risultato è che alcuni gruppi di pressione influenzano il dibattito politico e le scelte governative ben oltre il loro peso specifico. Sia l’Italia che la Francia hanno dato battaglia per ottenere garanzie e assicurazioni a favore del mondo agricolo.
Molto è stato fatto per venire loro incontro: aiuti finanziari; misure di sostegno nel delicato campo dei fertilizzanti; quote in entrata su alcuni prodotti provenienti dal Sudamerica; meccanismi di controllo sui flussi di importazione dal Mercosur. Le stime poi parlano di evidenti vantaggi per le economie francese o italiana.
Tant’è, le garanzie hanno convinto il governo Meloni, non il governo Lecornu. Non so se la classe politica italiana sia più immune alle pressioni delle lobbies rispetto a quella francese. Ne dubito, visto il rapporto stretto che il governo italiano coltiva con le associazioni di categoria (conferma ne è la presenza ripetuta della premier Giorgia Meloni alle assemblee associative).
Probabilmente il peso specifico dell’industria in Italia ha contribuito a spostare l’ago della bilancia italiana a favore dell’approvazione del trattato, così come ha contribuito la presenza al governo di partiti dichiaratamente nazionalisti, a differenza che in Francia.
Paradossalmente, in questo caso, proprio questo aspetto ha offerto al governo Meloni maggior spazio di manovra di quanto ne abbia avuto il governo Lecornu, terribilmente debole sia in Parlamento che nei sondaggi.
Riferendosi alla Francia, conclude Yves Mény: “La combinazione tra corporativismo cieco e contestazione del potere politico spinge all’escalation e alla rinuncia alla politica. I politici sono come Luigi XVI e la famiglia reale nell’ottobre 1789: l’unica soluzione che hanno per cercare di fare bella figura è quella di seguire la folla che protesta…”.